Carico di libri, in bilico tra felicità perfetta e perfetta coglioneria


Sei giù di corda. Le cose non vanno. Hai la luna storta. Bisogna correre ai ripari. Che fare? Passeggiare, ascoltare musica, andare a cinema? No, questi sono palliativi buoni per lenire un poco di monotonia. Quando la situazione si fa grave, esiste una sola via d’uscita per far tornare il sorriso sul tuo volto rabbuiato. Shopping.
Eccola qui, la parola magica che tiene alla larga i cattivi umori: shooooppingggg!!!!

I problemi non sono finiti, perché esistono tanti tipi di shopping quasi per quante persone abitano questa valle di lacrime. Comprare, sì, ma che cosa? Di quali oggetti devi impadronirti per gratificare la tua anima abbacchiata? La scelta più facile sarebbe spendere in abbigliamento. Comprare pantaloni, felpe o scarpe alla moda per migliorare il tuo aspetto fisico e quindi il tuo ascendente presso gli altri. Ma c’è il problema che a te non te ne frega niente di come vesti, porti lo stesso tipo di jeans da un quarto di secolo e scarponi robusti, brutti a vedersi, ma ottimi per camminare. Allora che cosa comprare? Un telefonino di ultima generazione, un navigatore satellitare, qualche sofisticato ammennicolo da computer o perfino una pizza quattro stagioni? Ancora non ci siamo. La maggior parte di quegli oggetti è fuori dalla portata delle tue tasche (e poi non sapresti che fartene di un navigatore satellitare o di un odioso telefonino Facciotuttoio)… La pizza? Quella ti rimane sullo stomaco. Però a ben vedere non sei messo male. Perché c’è qualcosa che ti piacerebbe acquistare. I libri. Ne vai matto. Romanzi di avventura o saggi scientifici divulgativi. Ecco la direzione in cui puoi dirigere il tuo shopping scacciapensieri. E sei pure fortunato, perché nella tua partenopea città, e segnatamente nel luogo denominato Port’Alba, ci sono bancarelle dell’usato in cui puoi acquistare ottimi libri a poco prezzo.

Ieri ero un pochino a corto di buonumore e ho quindi deciso di dedicarmi al mio shopping preferito – che per mia fortuna è il solo shopping che posso permettermi – l’acquisto di libri usati. In tutta sincerità avevo poche speranze di trovare buone occasioni sulle bancarelle (ormai note ai frequentatori di questo blog) della napoletana Port’Alba. Infatti, arrivando da via Mezzocannone a piedi come mio solito, ho notato che le prime bancarelle non presentavano novità degne di nota e che per di più i prezzi risultavano per niente attraenti, da cinque a dieci euro. Poi a un tratto sono rimasto di sasso.
Una libreria nella quale a dire il vero non ci avevo quasi mai comprato niente era letteralmente gonfia di volumi nuovissimi, rilegati con cura, stampati in caratteri nitidi e grossi e perfino con le pagine che odoravano di nuovo. Il prezzo? Pareva un miraggio. Due euro a volume (per libri che spesso davano l’impressione di costare dieci volte tanto). Non credevo ai miei occhi. Ho occupato subito una posizione strategica sulle bancarelle, scalzando alcuni perditempo che rovistavano senza convinzione. Quindi ho cominciato a impadronirmi di romanzi su romanzi. A un tratto il proprietario della libreria mi ha invitato a scegliere la merce dentro la libreria, perché avevo accatastato tanti di quei volumi sulle bancarelle che impedivo l’accesso ad altri eventuali acquirenti.
Il mio bottino finale è stato di dieci robusti volumi, per una spesa di venti euro (cifra non irrisoria per le mie tasche, ma molto ben investita nell’occasione). Ho preso un paio di romanzi avventurosi di Wilbur Smith, qualche thriller tecnologico, un giallo ambientato in epoca vittoriana, un saggio di evoluzionismo di Stephen Jay Gould e un robusto volume di Vittorio Zucconi su Cavallo Pazzo e sulla tragedia dei Sioux. Ho stimato di essermi impossessato di qualcosa come cinquemila pagine stampate e il fatto di averle pagate solo venti euro mi dava una gioia profonda difficile da spiegare. Leggere qui per avere maggiori dettagli

Ovviamente il buon Dio ha ritenuto che la perfetta e travolgente felicità che percepivo, mentre sfociavo a piazza Dante con una voluminosa busta contenente libri più numerosi e pesanti di quelli dello zaino di uno studente secchione, fosse troppa per un semplice mortale… Ed ecco quindi che ha ritenuto di ammonirmi a non gioire troppo. Infatti, non ero nemmeno giunto a metà della piazza che mi sono bloccato sentendomi un coglione di quelli brutti. Diciamo pure uno di quei babbei calzati e vesti che sembrano ridicoli perfino nelle operette.
E’ accaduto che mi sono girato e ho visto alcune ragazze attraenti, di cui una magnifica in minigonna, che ridevano con giovanottoni ghignanti all’apparenza non troppo inclini al pensiero riflessivo. La situazione era più o meno la seguente. Qui nel mio pugno c’era la busta di libri che mi segava la mano con il suo onusto fardello e lì c’erano le gambe della ragazza, quella bella. Mi sono detto qualcosa che suonava come: ma che cazzo ho da essere felice?
Non mi resta che ringraziare il Cielo per avermi allontanato dalla lussuriosa gioia a cui a volte può spingerci la letteratura e avermi riportato nell’ambito della modestia terrena. Ora però comincio ad attaccare il libro di Zucconi sui Sioux. :-)

Di libri, ma soprattutto di sguardi languidi


Era forse cieca?
No, mi pareva che ci vedesse benissimo, non aveva nemmeno gli occhiali.
Era strabica, nel senso che sembrava guardare verso di te e invece volgeva la vista altrove?
No, quale strabica, aveva un paio di occhi belli e regolari.
Allora forse ti controllava unicamente per non farti fregare il libro che avevi in mano (a proposito voglio sapere che libro era).
Sei del tutto fuori strada. Quella lì mi guardava come una donna guarda un uomo, quella mi voleva!
Esagerato.
Sì, forse un pochino, però scordati di pensare male.

Ieri, come si potrà arguire dal mio ultimo post, non ero molto allegro e in vena di buonisti pensieri natalizi. In effetti, per dirla com’era, ero piuttosto incazzato. Guardando il telegiornale dicevo stronzo e stronza a tutti quelli che venivano intervistati su qualunque argomento, qualunque opinione sostenessero. La mia reazione poteva pure essere giustificata in più di un caso, ma è chiaro che quando sei in questo stato d’animo è segno che le cose non vanno come dovrebbero.
Di sera ho deciso di andare a Napoli centro per sbirciare un po’ sulle bancarelle di libri usati a Port’Alba, azione che ha un effetto mitigatore sul mio umore come una razzia in boutique lussuose ce l’ha su certe donzelle non troppo dedite al pensiero riflessivo. Sono salito a piedi per via Mezzocannone e quindi dopo una scarpinata approdo alle mie amate bancarelle. Purtroppo ho notato quasi subito che lo scartabellare tra i libri usati non mi rasserenava come avevo sperato. Era tutta roba che già conoscevo e non mi pareva di vedere offerte davvero interessanti.
Quand’ecco che quasi alla fine di Port’Alba si verifica l’evento atteso, o per meglio dire inaspettato. Avevo in mano un saggio scritto da Luis Alvarez, cioè il fisico che con suo figlio Walter ha elaborato la teoria del meteorite che ha portato all’estinzione i dinosauri. Non era male e costava solo due e cinquanta, ma avevo letto già molto su quell’argomento e mi chiedevo se ero nella disposizione d’animo per affrontare un sia pur appassionante libro di teorie evolutive. Mentre esitavo con il saggio in mano, ecco che dalla libreria della bancarella esce una bella ragazza, la commessa, la quale mi guarda mentre fuma una sigaretta.
L'ho guardata pure io e quella continuava a fissarmi (mi pareva come una donna fissa un uomo, anzi ne sono certo). Ci siamo osservati diversi secondi. Poi la ragazza è tornata all'interno. Me ne sono rimasto un altro po’ con il libro di Alvarez in mano, ma ammetto che all’improvviso ero poco interessato alle spiegazioni della retrocopertina sullo strato geologico di iridio risalente a sessantacinque milioni di anni fa. Dopo qualche secondo la donzella esce di nuovo e mi fissa ancora (ripeto che era una bella ragazza). Io che dovevo fare? Le scocco una delle mie occhiate assassine che suonano più o meno: “Sei più desiderabile di una bistecca fiorentina in regime di proibizionismo da mucca pazza”. Insomma ci scambiamo una seconda occhiata lunga e quasi inquietante. Stavo già per precipitarmi verso di lei con il saggio che stringevo in mano (questa magari è un’esagerazione letteraria, dato che se fossi questo tipo di persona mi sarei trovato in una discoteca e non davanti a una bancarella di libri usati), quando ecco che dalla libreria emerge il ragazzo della commessa, il quale non trova di meglio da fare che mettersi tra me e lei.
Addio sguardi malandrini. Ho dovuto battere in ritirata. Però sulla strada del ritorno mi dicevo: mica devo essere tanto male se quella bella ragazza mi concupiva! Avrò forse sognato a occhi aperti?
Per completezza di informazione devo dire che poco dopo questo evento, un’altra ragazza per strada ha ricambiato il mio sguardo a lungo e anche questa non era male. Non sarà che per Natale le donzelle accusino un calo di diottrie visive?

Ah, ieri non ho comprato niente. Però ho deciso che la prossima volta comprerò il saggio di Alvarez, tanto sta lì da un paio di mesi ed è improbabile che qualcuno me lo freghi… ovviamente l’acquisto sarà l’occasione giusta per dare un altro sguardo alla fanciulla e verificare se la sua vista funziona come dovrebbe. :-))

Il blillante e onolevole agente lettelalio - 3


Parte terza: l'incontro - Mr Livingstone, I presume�

Ovviamente arrivo alla stazione Termini in netto anticipo. È imperativo non partire con il piede falso arrivando magari tardi all'appuntamento. Mi posiziono davanti al bar dalla caratteristica insegna e cerco di non sembrare un terrorista kamikaze in attesa dell'orario di punta. Una commessa del MacDonald's mi guata con sospetto, e io le faccio l'occhiolino, gesto che mai avrei concepito in uno stato d'animo normale. Si avvicina l'orario prestabilito. Fisso tutti i signori con aspetto da professionisti intelligenti, gente che si situi a mezza strada tra uno psichiatra della scuola di Jung e un frequentatore di salotti letterari esclusivi. Cerco con gli occhi un personaggio ben piantato, alto, vestito magari con un trence londinese accoppiato a una giacca di tweed, con l'alito che profuma di tabacco da pipa dello Yorkshire, il quale mi interpelli più o meno con un "Mr Livingstone, I presume�". Un paio di signori simili alle mie aspettative mi sfilano accanto senza degnarmi di uno sguardo. Quindi mi sento tirare per un gomito: "Lei deve essere la persona che aspettavo". Dio mio, eccolo qui! Trasecolo, boccheggio. Davanti a me c'è un ometto che avrà cinquant'anni e ne dimostra perlomeno settanta [dirò poi la reale età di questo signore NdR]. Barba all'agitatore politico ottocentesco. Pantaloni e giacca di jeans consunti, aria sfatta da barbone, spallucce da riformato alla visita di leva e una vocina sgradevole più acuta di quella che serve per cantare "Anima mia". Penso a un errore, ma il barbone, l'accattone, dimostra di conoscermi. È lui, è l'agente letterario. Mi servono due o tre buoni minuti, ma mi riprendo. Quest'incontro inizia in modo inusuale, mi dico, ma dopotutto quella poca cura per l'aspetto fisico è senz'altro una qualità. Dimostra che il mio interlocutore basa le sue fortune professionali su competenza e capacità.

Il tempo di uscire dalla stazione, sotto il bel sole di Roma, ed ecco un nuova sorpresa. Il mio interlocutore mi mostra il suo mezzo di locomozione. E' forse una fuoriserie di quelle che nella pubblicità preferisci a una Miss Italia? E' una fiammante berlina cinque porte ancora in garanzia? E' una utilitaria vecchiotta ma dignitosa che fa ancora il suo lavoro alla grande? Niente di tutto questo. Il suo mezzo di locomozione è un ciclomotore vecchio di almeno trent'anni, una specie di Ciao della Piaggio che sarebbe stato considerato un catorcio ai tempi in cui Ronald Reagan faceva l'attore. Il potente mezzo di trasporto è assicurato a un palo metallico con una catena enorme, che con tutta evidenza ha il compito di dissuadere i ladri dall'impadronirsi di quel gioiello della meccanica.
Il grande agente letterario, mandandomi un po' di forfora sulle scarpe, mi informa che a circa quattrocento metri c'è una grande libreria romana, la Mel Books, fornita di bar. Per un attimo avvampo di vergogna, temo che mi chieda di salire sul risicato sedile posteriore del suo catorcio per condurmi alla nostra nuova destinazione. Però il destino ha pietà di me. Il barbone, cioè l'agente letterario, mi spiega che il suo ciclomotore non può portarci tutti e due (bella forza, c'e da chiedersi come riesca a reggere una sola persona pur denutrita come il mio interlocutore) e mi chiede se posso raggiungere a piedi la libreria. Sollevato dalla gogna evitata, scatto deciso a stargli alle costole.

Ecco finalmente il bar della Mel Books. Arrivano i caffè al nostro tavolino e parliamo. I nuovi complimenti per quanto ho scritto e la previsione della mia imminente e luminosa carriera letteraria mi fanno scordare il look da barbone, la vocetta da Cugini di Campagna e perfino il ferrovecchio a due ruote, che forse ho solo immaginato. A un tratto noto che ho bevuto il mio caffè da un pezzo e che il mio interlocutore il suo non l'ha ancora toccato. L'agente letterario intanto ha superato la fase dei complimenti e del suo proposito di riprendere il romanzo nel cassetto. Ora mi spiega che lui viaggia molto. Adora farlo. Con la sua ragazza (ragazza? ma non aveva settant'anni?) è stato in Sicilia, Abruzzo, Veneto, dappertutto. Ama l'Italia, per lui è la nazione più bella del mondo. Spesso, mi dice en passant, lo ospitano gli scrittori che hanno contatti con la sua agenzia letteraria. L'ultima volta è stato due settimane in provincia di Catania, a casa di uno scrittore gran compagnone. Ah, loro due con le rispettive ragazze hanno passato un periodo straordinario! Purtroppo non è mai stato a Napoli, dice con rammarico. Mi guarda come se dovessi capire qualcosa, ma io non capisco un bel niente. Allora lui spiega che splendido posto è la Città del Sole e che gente unica la abita, sono davvero fortunato a vivere lì. Ancora un suo sguardo, ma la mia faccia da ebete non vuole saperne di schiarirsi. A proposito di Napoli, continua allora l'agente letterario, lui progetta di andarci in quel periodo, forse addirittura il mese prossimo. Mi fissa ancora una volta, e a questo punto anche un individuo ritardato come me crede di afferrare qualcosa. Tossendo imbarazzato, gli dico che purtroppo non posso ospitarlo. Passo almeno due minuti a scusarmi di quella fatalità. L'agente letterario mi assicura che non c'è niente da scusarsi, lui (anche se poco ci mancava che si invitasse da solo a casa mia) non aveva affatto considerato questa eventualità. E' il momento della consegna dei preziosi manoscritti con cui voglio fare colpo. Il mio interlocutore a malapena li guarda, anche se giura che li leggerà con la massima attenzione.

Il suo caffè intanto è ancora lì, anche se io devo aver finito il mio da ore. Perché diavolo uno ordina un caffè se poi non vuole berlo? Capisco tutto quando passa un barista che ci guarda in cagnesco mentre porta via le tazze vuote da un tavolo vicino, subito occupato da clienti in attesa. Ho una rivelazione. Se l'agente letterario avesse bevuto il caffè, il barista avrebbe portato via le tazze vuote, il che ci avrebbe costretto o ad andarcene (e magari a continuare la conversazione seduti su un marciapiede romano) o a compiere una scelta che il mio conoscente sembrava considerare anche peggiore, cioè fare una nuova ordinazione. L'impazienza dei baristi nei nostri confronti ormai è palese; sbattono le posate nei pressi del nostro tavolo e ci indirizzano frasi derisorie sempre meno dissimulate. A un certo punto anche un individuo dalla strenua resistenza come il grande agente letterario deve cedere agli attacchi ormai frontali e beve il caffè a più di due ore dalla sua consegna. Non accenna neppure a fare una nuova ordinazione. Il caffè è finito e dunque è finita pure la nostra conversazione. Ci avviciniamo alla cassa. Mi dice che offre lui. Giura che è suo dovere e che non vuole sentire proteste da parte mia. Ma al momento di tirare fuori i soldi è preso da amnesia. Non trova il portafogli. Divento un peperone mentre si rovista in tasca sotto lo sguardo scettico della cassiera, che dà l'idea di conoscere il tipo. Non resisto alla vergogna. Pago la cassiera e me la filo a spron battuto inseguito dalle ironie dei baristi poco distanti. Il mio nuovo conoscente ha una faccia di bronzo che non fa una piega. Dice che l'ho offeso pagando al suo posto. In ogni caso la prossima volta offrirà lui, su questo non ci piove. Delle volte sono un ingenuo senza speranza, è vero. Eppure, mentre usciamo dalla Mel Books e ci avviamo al catorcio potentemente assicurato a un lampione, anch'io ho ormai capito che non ci sarà mai una prossima volta in quell'individuo pagherà qualcosa a qualcuno. Mentre saluto il grande agente letterario che mi ha indotto a cantare di "cavigliere del Kathakali" o dei "danzatori bulgari a piedi nudi sui bracieri ardenti", penso alle parole di Giorgio Chinaglia e al suo pessimismo leopardiano sul mondo e su chi lo abita.

Il blillante e onolevole agente lettelalio - 2


Parte seconda: Cantando sotto la pioggia

Il giorno è quello di alcuni anni fa. Ho mandato il mio romanzo a un po’ di case editrici illudendomi che il lavoro preparatorio mi abbia guidato verso le sedi e le persone interessate a esaminare il mio lavoro. Però stavolta decido di tentare una strada nuova.
Esistono pure gli agenti letterari, no? rifletto. E gli agenti letterari, da quel poco che si sente in giro, sembrano appartenere a una razza di eletti dotata del potere di farti pubblicare e avere successo. Occhei, mi dico, vediamo cosa ne pensa questa razza sovrumana del mio romanzo. Mi tuffo in una rapida ricerca su internet per eliminare le agenzie letterarie a pagamento: quelle del tipo “mi paghi duecento cocuzze per ogni cento pagine che fingo di leggerti”. Quindi ecco qui. Ho l’agenzia che fa al mio caso. Importante. Conosciuta. Stimata perfino. Con noti scrittori tra i suoi clienti. E non prende soldi per leggere il tuo lavoro. E’ lei, non ci sono dubbi. Se fosse una donna, me la sposerei su due piedi. Una telefonata per accertarmi che è tutto oro quello che luccica e via, mando il romanzo.

Sono passati sei mesi. E’ vero che il tempo vola, ma tutto questo tempo senza risposte non mi induce all’ottimismo. Ho perso le speranze, ma tanto per curiosità faccio una telefonata. “Che ne avete fatto del mio romanzo?” dico all’agente letterario che ho la ventura di contattare.
“Quale romanzo?” risponde. “Qui non è arrivato niente di suo.”
“Guardi”, dico io, “magari non vi è piaciuto, ma arrivare è arrivato. Ho anche la ricevuta di ritorno della raccomandata.”
“Io non ho trovato niente, ma aspetti qualche giorno che faccio una ricerca.” Il mio interlocutore parla come se i vasti locali della sua agenzia fossero invasi dagli scritti di tutto il mondo.
Accetto di buon grado. D’altronde che altro posso fare? Faccio ancora un paio di telefonate, distanziate da alcune settimane per non farmi la nomea di rompiscatole (nonostante la mia scarsa esperienza editoriale ho già capito che in certi ambienti devi muoverti in punta di piedi come Harvey il maggiordomo di Elisabetta).
Alla terza o quarta telefonata, il colpo di scena. Che dico colpo di scena. Il terremoto. Lo tsunami, il maremoto, l’onda anomala, la potente scossa tellurica che cambia la struttura stessa del pianeta. L’agente letterario dice che ha trovato il mio romanzo dopo laboriosa ricerca. Non solo, ma l’ha pure letto tutto. Non solo, ma gli è pure piaciuto senza remore. E’ rimasto conquistato dal mio stile. Lo ha letto tutto d’un fiato. Infine l’affondo che minaccia di uccidermi: giura che fatto le ore piccole a casa sua perché non riusciva a staccare gli occhi dalla mia prosa. Voleva sapere come andava a finire.
Fulminato, non riesco a spiccicare parola. Penso a uno scherzo, ma il mio interlocutore è serio. Dice che ho talento. Talento, che stupenda parola! Non solo, ma ho anche le potenzialità per vendere bene. Certo bisogna correggere alcune cose che non vanno, dare una ritoccatina al finale, ma il grosso del romanzo va a meraviglia. Muto, rimango pietrificato con il telefono in mano, più o meno nella stessa posizione e con lo stesso eloquio dell’unica volta che ebbi il coraggio di chiamare a casa Giovanna detta Vanna, ossia la più bella e impossibile ragazza della mia classe al liceo.

Seguono altre telefonate. Il molto onorevole agente letterario non cambia versione ed è prodigo di elogi. Passo il tempo per le strade del mio quartiere cantando a tutta voce (quando piove e penso che nessuno mi veda) “Voglio vederti danzare” di Battiato. Cantare Battiato va bene, mi dico a un certo punto, ma qualche informazione aggiuntiva sull’agenzia letteraria non guasta. Nuova ricerca con Google. I risultati sono ottimi. Su internet è descritta come agenzia letteraria seria, con molte succursali in Europa, Sudamerica e altrove. E’ roba grossa. Però non mi basta ancora. Sarò anche pignolo da fare schifo, ma faccio un’ultima indagine. Vado nella più grossa libreria napoletana, la Guida, che guarda caso è anche una casa editrice di un certo nome. Mi vergogno non poco, ma faccio le domande che mi sono preparato. Una gentile direttrice editoriale mi dice di dormire sonni tranquilli. L’agenzia di cui parlo è simbolo di serietà e competenza. Anche la casa editrice della grande libreria ha numerosi e proficui rapporti con essa. Anzi, sapendo che l’agenzia mi ha proposto un contratto editoriale pluriennale, la mia interlocutrice si complimenta con me come se fossi già uno scrittore di best-seller e non un pinco pallino che non ha mai visto in faccia un editore degno di questo nome. Ho sentito abbastanza. Non ho più dubbi. L’attesa maledetta è finita. Faccio uno sforzo immane per non mettermi a cantare “Cuccurucucù Paloma" nella libreria.
Prendiamo un appuntamento, dico io e il grande agente letterario che con lo schiocco di due dita può fare la tua fortuna. L’appuntamento è un po’ strano. Non in uno studio elegante con poltrone che odorano di successi letterari, ma alla stazione Termini di Roma. Per la precisione davanti a un bar che ha l’insegna fatta in un certo modo e che confina con un MacDonald’s. Niente di male. L'appuntamento originale darà un profumo di avventura alla mia trionfale entrata nel regno della letteratura.

Il blillante e onolevole agente lettelalio - 1


Parte prima: Il teorema di Giorgio Chinaglia

Iniziamo da Giorgio Chinaglia. Un calciatore, uno di quelli che non ti scordi. Un centravanti sfondaporte. Uno che la buttava dentro anche con un gamba ingessata. Bravo e trascinante in campo, non aveva una cultura cattedratica o modi da gentleman. Un giorno al mitico “Processo del lunedì” si trovò a litigare con i giornalisti sportivi non ricordo per quale motivo, ma i motivi non mancavano mai quando si trattava di “Giorgione” Chinaglia. Lo criticavano perché aveva sbagliato un gol o forse solo perché ai giornalisti era antipatico. Dicevano che non era bravo, forse non lo era mai stato. Lui fece un ragionamento che suonava più o meno così. Perché dovete decidere voi se uno è un bravo giocatore o no? Che titoli avete? Che cosa avete dimostrato nella vita, se non il fatto di non saper giocare a pallone e dover essere costretti, una volta aver afferrato questa triste realtà, a fare i giornalisti sportivi? Perché devono guidare e orientare un settore proprio quelli che hanno dimostrato di non avere nessuna qualità in quel particolare campo della vita? Giorgione non si espresse proprio così, ma, in mezzo ai coloriti apprezzamenti verbali e alle minacce di aggressioni fisiche che caratterizzavano il suo eloquio, il suo ragionamento non di discostava poi tanto da questi termini.
Il sanguigno centravanti della Lazio e della Nazionale non era per niente sciocco, anche se molti giornalisti sportivi tendevano a presentarlo come una sorta di Uomo di Neanderthal, se non come un vicolo cieco dell’evoluzione umana. Vediamo se possiamo estrapolare qualcosa dalle sue affermazioni. Dunque è proprio vero che quelli che dimostrano di non avere capacità sono destinati a guidare il settore di loro competenza? E se per un paradosso cosmico ciò fosse vero anche solo in parte, la fondamentale intuizione del re dei bomber non potrebbe adattarsi anche a campi della vita diversi dal pallone? Tanto per citare un settore a caso, non potrebbe riguardare anche l’editoria? L’editoria non potrebbe essere guidata (per lo meno in una parte cospicua) proprio da quelli che hanno dimostrato di non saper scrivere e di non avere qualità intellettuali e morali per capire cosa sia valido e no in campo letterario?

Non lo so, nessuno lo sa. Ma forse una mia esperienza può essere utile per inquadrare meglio il problema. Tuttavia cerchiamo prima di individuare le figure guida in questo campo. Ce ne sono molte. Dal Dio Editore, l’essere Onnipotente che tutto può, ai distributori, ai tipografi, o anche al bizzarro coacervo umano che bazzica le segreterie letterarie, contrassegnato da denominazioni esterofile che appaiono fumo negli occhi allo stato puro, cioè gli editor, i supervisor, magari gli advisor e la vasta genia dei freelance di varia natura. In ogni modo qui avremo tempo solo di parlare di una figura professionale più amichevole, che non ostenta titoli pomposi e incomprensibili, qualcuno che spesso ti dà l’idea di un amico capace e leale, anzi del solo amico che può aiutarti a farti luce nella giungla del mondo editoriale. E chiaro che qui si parla dell’agente letterario.
Tra poco faremo un esperimento. Ci domanderemo: potrebbe applicarsi alla figura professionale testé citata il teorema elaborato dal fine filosofo Giorgio Chinaglia? A prima vista parrebbe di no. L’agente letterario gode fama di persona preparata e seria. Lo si immagina come un individuo abbigliato con eleganti completi di grisaglia dai toni autunnali o con tailleur blu manager che ti danno l’idea di efficienza e competenza. Lo si percepisce come un individuo colto che ha letto l’opera omnia di Karl Popper e che a scuola era costantemente tra i ragazzi più svegli della classe. E’ proprio così? Vediamo cosa ci dice la nostra esperienza.

Probabilmente dedicherò i post di questa settimana alle tribolate esperienze avute tempo fa con un agente letterario romano. Le tre puntate di questo racconto fanno parte di un lungo articolo che scrissi per una mia amica quando non avevo ancora il blog (ho già parlato di lei nel post sulla “Freccia nera”). Su Giorgione Chinaglia, trovo assurdo il mandato di cattura emesso contro di lui nei giorni scorsi. Mi pare uno di quei provvedimenti azzardati che fanno dubitare della serenità di certa magistratura.
Continua nella seconda puntata…

Fulminato dall'idea di un romanzo


Te ne stai per i fatti tuoi quando sei fulminato da un’idea. Zac, senti proprio la frecciata del Cupido della narrativa. Non è niente di sofisticato, anzi è un fotogramma mentale così semplice da farti quasi vergognare. Sei tu - sei sempre tu alla fin fine il protagonista delle tue fantasie narrative - che salvi una donna da un grave pericolo. Oppure sei tu che ti butti da una finestra attaccato a una corda (non c’entrerà la solita donzella con gli occhioni blu da salvare?), o infine sei ancora tu che hai un tic irresistibile tipo voler morire, rubare gli oggetti intimi delle persone, dare in escandescenze udendo un particolare suono o avere un passato di cui tu stesso non sei a conoscenza.
Questa elementare immagine fattasi largo nella tua mente ti stecchisce come capita nei più appassionati amori. Sei in preda a un vero e proprio colpo di fulmine. Ami. Il tuo cervello e il tuo cuore godono, li senti perfino mugulare: “Ooooohhhh!”. Continui a pensare e a ripensare a come potresti arricchire il fotogramma mentale che ti ha sedotto. Ed ecco avvicendarsi dentro di te scene e scene. Personaggi si delineano. Frammenti di trama si rincorrono nella tua testa. E pensi. Fai l’amore con la tua mente senza sosta. Sei euforico. Crei centinaia di situazioni diverse, di complicazioni, di colpi scena. Attingi a tutto il tuo vasto patrimonio iconografico di libri, ma soprattutto di film. Trasferisci nella tua storia in divenire questo o quel personaggio cinematografico adattandolo alle tue particolari esigenze. E crei, crei. Ma sopra ogni cosa sei felice come poche volte ti è capitato nella vita.

Come ho gia detto, a mio vedere il momento più bello di quando scrivi narrativa, quello in cui sei euforico e ti percepisci come un dio minore, è ancora prima che inizi a scrivere, nel momento in cui hai solo un'idea in testa. Provi una gioia che è quasi perfetta, assolutamente non adatta a questo mondo prosaico, quando sei fulminato da quell’ideuzza e quando cominci a pensare che quello spunto potrebbe essere abbastanza robusto e originale da sostenere un romanzo.
Naturalmente quasi subito ti accorgi che la moltitudine di scene e situazioni che elabori come un computer impazzito non funziona. Spesso è roba banale, poco coinvolgente, che non supera un secondo approfondito esame mentale. Elimini una quantità impressionante di spunti narrativi dalla tua lavagna mentale, ma ciò che resta è comunque materiale abbastanza vasto da ispirare una decina di romanzi.
Dopo qualche giorno di giubilante estro mentale, decidi che è il momento di mettere su carta le creazioni mentali sopravvissute fin qui. E via con un altro genocidio di idee. Si sfoltiscono temi, frammenti narrativi, complicazioni. Si decide che quel particolare personaggio, che pure pareva una bomba di originalità, con la tua storia non ha niente a che spartirci. Ci si rassegna a eliminare una irresistibile trama secondaria che ci porterebbe fuori tema. Si taglia, si taglia. Si buttano a mare quintali di zavorra narrativa, per consentire alla tua mongolfiera letteraria di continuare a volare e se possibile salire nei più alti cieli artistici.

Quali amori, quali antidepressivi, quali droghe leggere o pesanti! Quali stimolanti! Non ti serve niente per essere su di morale. Nemmeno un caffè annacquato. Il mondo non ti può offrire niente, perché qui dentro hai già tutto ciò che ti rende felice.

La gioia di quando scrivi narrativa


Approfittando di una mia recente corrispondenza con un’amica del blog che condivide la mia passione per la scrittura, parlerò dei momenti più belli legati a questa attività. Quali sono gli attimi più appaganti di quando sei impegnato a scrivere un romanzo? Quand’è che ti senti pieno di energie titaniche e di titaniche euforie? Quand’è che gioisci e quando ti senti un cadavere intento a suicidarsi su una storia che sembra spazzatura? Naturalmente questi stati d’animo sono legati a esperienze personali. Ciascuno è fatto a modo suo e reagisce agli stimoli in modo diverso. Tuttavia da ciò che ho letto posso affermare, sia pure con tutte le cautele e i distinguo possibili, che quanto dirò ha un certo fondamento e risulta abbastanza condiviso dalla maggior parte degli scrittori. (Mi considererò in questo e nei post seguenti uno scrittore a tutti gli effetti, anche se non ho conseguito nessun risultato degno di nota in questo campo; più o meno mi baserò sul presupposto che se respiri e mangi e ami sei un uomo, anche se non hai fatto nulla che ti qualifichi come tale… e se scrivi e soffri e gioisci facendolo, allora sei uno scrittore, anche se nessuno ti riconosce in questa veste.)

Parlerò con più dettagli della gioia collegata all’atto di scrivere narrativa nelle prossime puntate. Qui posso dire soltanto che secondo la mia esperienza personale io provo il massimo del piacere, uno stato d’animo di pura esaltazione addirittura, quando ho l’idea per un romanzo, quando sviluppo quell’idea, la arricchisco di complicazioni e quando infine la giudico sufficientemente robusta e originale per sostenere una storia da sviluppare su qualche centinaio di pagine (il fatto che io la giudichi degna non significa ovviamente che lo sia davvero). Da questo momento di gioia quasi perfetta, di idillio amoroso unico con la narrativa, c’è una costante perdita di felicità sino alla fine del romanzo (la gioia si muterà in profonda infelicità, fonte di memorabili incazzature, durante le operazioni che sei costretto a svolgere dopo aver scritto la parola fine sulla tua storia).