Scriviamo un romanzo


Diciamo che siamo stati folgorati da un’idea. Tutti hanno buone idee e ne abbiamo avuta una pure noi proprio ieri notte mentre non riuscivamo a dormire, forse per il caffè, forse per le bollette da pagare, forse per il dannato declassamento della nostra auto da Euro Pinco a Euro Pallino con conseguente aumento di tassazione. Più la accarezziamo nella mente e più quell’idea ci sembra accattivante e suscettibile di miglioramenti e arricchimenti. Sembra quasi creta che da plasmare a nostro piacimento. A un tratto, ecco la rivelazione che pare trasmessaci da un’entità sovrannaturale: e se ne facessi un romanzo? Passato il primo momento di sconcerto, questo proposito non ci sembra poi tanto campato in aria. Non ci riteniamo gli ultimi stupidi del globo e, anzi, a scuola di difendevamo piuttosto bene nei compiti di italiano. Abbiamo un blog che ci permette di allenarci nella scrittura e di migliorare il nostro modo di esprimerci. E dato che la nostra ultima fiamma ha avuto il colpo di genio di lasciarci per un bellimbusto più piacione e più ricco, ci avanza pure un po’ di tempo libero che aspetta di trovare un impiego adeguato.
In ogni modo, ci diciamo, non è che in giro nelle librerie si vedano tutti questi gran talenti letterari. Alcuni best seller ci sembrano delle vere e proprie boiate anche se ben confezionate, e alcuni successi italiani paiono dovuti solo alla tendenza degli autori alla ninfomania o alla frequentazione di tristissimi talk o reality show. C’è posto pure per il nostro tentativo. Abbiamo già tutto quello che ci serve. L’idea fulminante, la voglia di scrivere, il tempo per farlo e una nuova e fiammante tastiera che canta che è una bellezza sotto le nostre dita. Il romanzo può iniziare.

E’ incredibile la facilità con cui spesso ci mettiamo a scrivere narrativa, spesso senza avere la più pallida idea di quali siano le regole per realizzare una storia romanzata. Ci basta pensare di avere l’idea giusta ed ecco che subito ci lanciamo a produrre pagine su pagine sentendoci delle novelle star letterarie. Io stesso quando iniziai a scrivere ero del tutto all’oscuro di alcuni concetti indispensabili per scrivere bene (naturalmente il fatto di conoscere le giuste regole di scrittura non significa che tu le sappia attuare, così come conoscere alla perfezione la teoria del gioco del calcio non significa che tu ti trasformi in Maradona se calchi un terreno di gioco).
In particolare, alcune delle nozioni che non conoscevo e non padroneggiavo e che forse non conoscono e non padroneggiano molti volenterosi scrittori alle prime armi (ma anch’io sono alle prime armi, dato che non ho mai pubblicato niente di soddisfacente) erano le seguenti.

Raccontare contro mostrare. Questa è una delle regole basilari della scrittura ed è sorprendente che così tanti autori, anche noti, non la conoscano o evitino di applicarla con la dovuta intransigenza. Raccontare è più o meno usare la seguente fraseologia “Elena odiava Michele e glielo faceva capire in ogni occasione”. Mostrare è invece scrivere qualcosa come “Elena strappò in pezzi minutissimi tutte le lettere scrittele da Michele, quindi si armò di un paio di forbici e prese a dilaniare il guardaroba del marito”. La prassi generale della narrativa dice che raccontare è una pessima abitudine, mentre mostrare è una tecnica espressiva occhei (bisogna comunque dosare le due situazioni narrative secondo una percentuale desiderabile).

In media res. Altro grave errore degli autori non esperti è quello di iniziare un capitolo – o meglio una “scena” come dicono i manuali di scrittura creativa – in modo lento e tedioso, con la descrizione di paesaggi, stati d’animo o azioni inconsistenti che porta solo ad accumulare pagine inutili e a deprimere il lettore. Il suggerimento è quello di iniziare una scena-capitolo dal mezzo, ad azione avanzata. Se la scena è un litigio, iniziare il racconto a bisticcio inoltrato, se la scena descrive un licenziamento o un matrimonio, iniziare da una strana e inquietante lettera che troviamo sulla nostra scrivania o da un sì in abito bianco. Mostrare prima l’azione; quindi in un secondo momento si avrà il tempo, con una breve digressione, di spiegare come si è arrivati a quel punto.

Pensare per scene. Il pensare per episodi quando si scrive un romanzo è una diretta conseguenza dei primi due punti. Il costruire il tuo romanzo su alcune scene principali ti impedisce di ricorrere troppo al tedioso raccontare, a ciò che l’autrice di un manuale di scrittura creativa definiva “la malattia degli era, erano”: “Elena era una donna sola, terrorizzata dalla vita cittadina. I suoi vicini di casa al contrario erano…”. Pensare per scene evita il lento raccontare e ti costringe a sviluppare trame narrative più efficaci.

Il punto di vista. Anche qui è incredibile notare l’ignoranza assoluta che, perfino scrittori di best seller, mostrano verso questo aspetto della narrativa. Una stessa scena può essere narrata attraverso il punto di vista di Elena, di Michele o del ragazzo che ti consegna la pizza a casa, ossia utilizzando le percezioni, le emozioni e i pensieri di uno qualsiasi dei personaggi di una scena. Oppure ci si può rifare a un punto di vista più esterno e impersonale, che in narrativa viene chiamato “onnisciente” perché è quello di un osservatore esterno che tutto sa di quella situazione come se fosse un piccolo Dio. Un errore che non si dovrebbe fare mai, ma in cui cadono spesso pure personaggi insospettabili, è utilizzare due o più punti di vista nella stessa scena. Ossia passare dalla narrazione attraverso gli occhi (e gli altri sensi) di Elena al racconto che utilizza i sensi di Michele o la visione superiore del narratore onnisciente. Altro grave errore è la moltiplicazione eccessiva dei punti di vista in un romanzo.

Chiaramente gli accorgimenti tecnici e le regole da padroneggiare per chi voglia scrivere narrativa sono molto più vasti di quelli esposti in breve in questo post. C’è da capire come definire efficacemente un personaggio, un ambiente, come utilizzare con parsimonia le potenzialità del dialogo e saper sviluppare una trama, che cosa significano parole come flashback o foreshadowing, come capire se un incipit o se un climax (le parole difficili non mancano in letteratura) sono quelli che fanno al caso nostro. Come condensare e migliorare la nostra prosa. Senza scordare la regola più importante di tutte. Revisionare, revisionare, revisionare tutto quello che si è scritto. Revisionare per poter sopravvivere.

Mi sono dilungato fin troppo in questo post. Ma dato che la vita è lunga (incrociamo le dita) e che anche la permanenza sul blog dovrebbe durare ancora un po’ (ancora dita incrociate)… di sicuro avrò modo di tornare su questi argomenti.

Dio mi scampi dai best seller moderni


I best seller moderni? Spesso è meglio starne alla larga, come dimostra la mia esperienza di lettura del romanzo La verità del ghiaccio di Dan Brown, l’autore del Codice Da Vinci. E’ uno dei dieci volumi da me acquistati di recente e forse non avevo tutti i torti quando mostravo maggiore propensione per le gambe della ragazza, evocate nell’articolo precedente, che per le mie corpose spese librarie.
E’ un romanzo di quasi 600 pagine e credo sia afflitto almeno da quattro difetti principali di cui due, a mio modo di vedere gravissimi. Il primo difetto è promettere una cosa e poi non mantenerla. Questa è una delle regole basilari riscontrabili nelle prime pagine dei manuali di scrittura creativa. Nelle battute iniziali di una storia un autore stabilisce una specie di patto implicito con il lettore. Ci sono alcune promesse che l’autore fa con i primi paragrafi della sua prosa e che deve mantenere in ogni caso se vuole conservare la sua credibilità letteraria. Cioè se prometti un’avventura western, il tuo romanzo deve avere cow-boy e indiani, se prometti una storia con draghi e stregoni è essenziale che ci siano fiammate ed epigoni di Gandalf, se nelle tue prime pagine garantisci love story o sangue e arena, dovrai agire di conseguenza.
Ebbene il romanzo di Brown si presenta in tutto e per tutto, dal titolo, dalla retrocopertina, dall’impostazione generale, come una storia di fantascienza alla Michael Chrichton, ossia la scoperta di una forma di vita extraterrestre nell’Artico. Quest’annuncio già ti prepara a eventuali scenari a te cari, e cioè alla possibilità che il meteorite rinvenuto contenga virus letali potenzialmente distruttivi per vita terrestre, forme di vita intelligente che vogliono impossessarsi del pianeta, una Cosa dell’Altro Mondo ostile e potente o, alla peggio, un E.T. lagnoso minacciato dai cattivissimi militari o guerrafondai yankee.
Leggi le prime cento pagine del romanzo e la vita extraterrestre (e il successivo attacco alla terra) tardano a manifestarsi. Ne leggi altre cento e poi ancora altre cento e la vicenda collegata al meteorite alieno pare quasi una sottotrama, la storia del romanzo si svolge perlopiù a Washington e tratta degli intrighi politici in vista delle elezioni presidenziali americane.
A un certo punto risulta addirittura chiaro che non c’è nessun meteorite di origine extraterrestre, e men che meno forme di vita aliene che cercano di impossessarsi della terra. Quello che c’è è una lotta di potere alla Tutti gli uomini del Presidente. Devo ammettere che giunto a questo punto, mi sono incavolato parecchio. Mi sono sentito preso in giro dall’autore. Io non volevo leggere, non in quel momento una spy story politica, ma un robusto e se possibile appassionante romanzo su una minaccia dallo spazio o sul contatto con una civiltà aliena. Mi sono incavolato perché al supermercato ho comprato una busta di prugne secche della California e dalla confezione sono uscite olive nere di Gaeta.

Il secondo grave difetto del libro di Dan Brown a mio modo di vedere era la considerevole quantità di aria fritta che conteneva. Il romanzo consta di seicento pagine, ma ha materiale solo per arrivare alle duecento. E’ incredibile la successione di pagine e pagine in cui non succede niente, in cui si interrompe la narrazione, già lenta e inconsistente di suo, con pesanti e tediosi flashback sulla solita moglie amatissima e morta o sulla ugualmente amatissima madre morta pure lei. Per andare dal punto A a quello B Brown ci mette una vita. Facciamo un esempio. Mettiamo che tu sia stato convocato dal presidente degli Stati Uniti per una comunicazione privata. Ebbene ci vogliono quattro lunghissimi capitoli, intervallati da altrettanti capitoli di una trama secondaria di cui non ti frega niente, prima che l’abulico presidente si decida a dirti “Veniamo al motivo per cui l’ho convocata”. Devi sorbirti tutta la meticolosa descrizione del viaggio in elicottero, l’ugualmente prolissa rappresentazione dell’Air Force One e delle sue meraviglie elettroniche o del vestiario finto casual del tuo illustre interlocutore. Roba che puoi schiattare di bile prima di sapere che cazzo pretende da te il primo cittadino americano.

Altro errore del libro, errore piuttosto diffuso il letteratura, è la moltiplicazione dei punti di vista da cui si racconta la storia. Invece di concentrarsi su un personaggio principale che faccia da osservatore con poche eccezioni, ecco un proliferare di angolazioni visive, un senatore intrallazzatore, la figlia mandata in Artico, la sua segretaria in bilico tra carrierismo e moralità, una perfida assistente del Presidente che sembra tratta dal telefilm “West Wing”, gente della Delta Force, il presidente stesso, direttori di Nasa o di agenzie spionistiche, un paio di scienziati e Dio sa cos’altro. Il proliferare dei punti di vista è aggravato dal fatto che la maggior parte dei personaggi non sono per nulla interessanti, almeno per me, e ti spingono a qualche cauta imprecazione quando interrompono il flusso principale della storia con la loro irritante presenza a base di aria fritta.
Procediamo con gli elementi fastidiosi, ma ammetto che questo punto potrebbe riguardare solo me. E arriviamo all’insistenza pedantesca e perfino ossessiva che Brown dedica alla descrizione di ogni giocattolo tecnologico in dotazione alle forze speciali americane, fucili che sparano pallottole di ghiaccio, slitte supersofisticate, rivelatori elettronici microscopici, postazioni alla Mission Impossible per comunicare al sicuro da intercettazioni. E baaastaaaaa. Basta con tutte queste pagine di cazzate tecnologiche, amico. Dacci un po’ dei personaggi e storie credibili. Cerca di non soffocarci con tutta questo niente tecnologico. Dacci storie vere o verosimili, dacci personaggi, dacci amore.

Ancora due riflessioni finali. Mi mancano ancora un centinaio di pagine per finire il romanzo, ma non credo che nell’ultimo scampolo di libro ci siano improvvise invasioni aliene o che Brown si metta a scrivere all’improvviso come Tolstoj.
Sono comunque contento anche quando leggo un libro che non mi è piaciuto integralmente. Perché la lettura ti offre sempre motivi di spunti e riflessioni, come è accaduto pure in questo caso e con questo post.

Carico di libri, in bilico tra felicità perfetta e perfetta coglioneria


Sei giù di corda. Le cose non vanno. Hai la luna storta. Bisogna correre ai ripari. Che fare? Passeggiare, ascoltare musica, andare a cinema? No, questi sono palliativi buoni per lenire un poco di monotonia. Quando la situazione si fa grave, esiste una sola via d’uscita per far tornare il sorriso sul tuo volto rabbuiato. Shopping.
Eccola qui, la parola magica che tiene alla larga i cattivi umori: shooooppingggg!!!!

I problemi non sono finiti, perché esistono tanti tipi di shopping quasi per quante persone abitano questa valle di lacrime. Comprare, sì, ma che cosa? Di quali oggetti devi impadronirti per gratificare la tua anima abbacchiata? La scelta più facile sarebbe spendere in abbigliamento. Comprare pantaloni, felpe o scarpe alla moda per migliorare il tuo aspetto fisico e quindi il tuo ascendente presso gli altri. Ma c’è il problema che a te non te ne frega niente di come vesti, porti lo stesso tipo di jeans da un quarto di secolo e scarponi robusti, brutti a vedersi, ma ottimi per camminare. Allora che cosa comprare? Un telefonino di ultima generazione, un navigatore satellitare, qualche sofisticato ammennicolo da computer o perfino una pizza quattro stagioni? Ancora non ci siamo. La maggior parte di quegli oggetti è fuori dalla portata delle tue tasche (e poi non sapresti che fartene di un navigatore satellitare o di un odioso telefonino Facciotuttoio)… La pizza? Quella ti rimane sullo stomaco. Però a ben vedere non sei messo male. Perché c’è qualcosa che ti piacerebbe acquistare. I libri. Ne vai matto. Romanzi di avventura o saggi scientifici divulgativi. Ecco la direzione in cui puoi dirigere il tuo shopping scacciapensieri. E sei pure fortunato, perché nella tua partenopea città, e segnatamente nel luogo denominato Port’Alba, ci sono bancarelle dell’usato in cui puoi acquistare ottimi libri a poco prezzo.

Ieri ero un pochino a corto di buonumore e ho quindi deciso di dedicarmi al mio shopping preferito – che per mia fortuna è il solo shopping che posso permettermi – l’acquisto di libri usati. In tutta sincerità avevo poche speranze di trovare buone occasioni sulle bancarelle (ormai note ai frequentatori di questo blog) della napoletana Port’Alba. Infatti, arrivando da via Mezzocannone a piedi come mio solito, ho notato che le prime bancarelle non presentavano novità degne di nota e che per di più i prezzi risultavano per niente attraenti, da cinque a dieci euro. Poi a un tratto sono rimasto di sasso.
Una libreria nella quale a dire il vero non ci avevo quasi mai comprato niente era letteralmente gonfia di volumi nuovissimi, rilegati con cura, stampati in caratteri nitidi e grossi e perfino con le pagine che odoravano di nuovo. Il prezzo? Pareva un miraggio. Due euro a volume (per libri che spesso davano l’impressione di costare dieci volte tanto). Non credevo ai miei occhi. Ho occupato subito una posizione strategica sulle bancarelle, scalzando alcuni perditempo che rovistavano senza convinzione. Quindi ho cominciato a impadronirmi di romanzi su romanzi. A un tratto il proprietario della libreria mi ha invitato a scegliere la merce dentro la libreria, perché avevo accatastato tanti di quei volumi sulle bancarelle che impedivo l’accesso ad altri eventuali acquirenti.
Il mio bottino finale è stato di dieci robusti volumi, per una spesa di venti euro (cifra non irrisoria per le mie tasche, ma molto ben investita nell’occasione). Ho preso un paio di romanzi avventurosi di Wilbur Smith, qualche thriller tecnologico, un giallo ambientato in epoca vittoriana, un saggio di evoluzionismo di Stephen Jay Gould e un robusto volume di Vittorio Zucconi su Cavallo Pazzo e sulla tragedia dei Sioux. Ho stimato di essermi impossessato di qualcosa come cinquemila pagine stampate e il fatto di averle pagate solo venti euro mi dava una gioia profonda difficile da spiegare. Leggere qui per avere maggiori dettagli

Ovviamente il buon Dio ha ritenuto che la perfetta e travolgente felicità che percepivo, mentre sfociavo a piazza Dante con una voluminosa busta contenente libri più numerosi e pesanti di quelli dello zaino di uno studente secchione, fosse troppa per un semplice mortale… Ed ecco quindi che ha ritenuto di ammonirmi a non gioire troppo. Infatti, non ero nemmeno giunto a metà della piazza che mi sono bloccato sentendomi un coglione di quelli brutti. Diciamo pure uno di quei babbei calzati e vesti che sembrano ridicoli perfino nelle operette.
E’ accaduto che mi sono girato e ho visto alcune ragazze attraenti, di cui una magnifica in minigonna, che ridevano con giovanottoni ghignanti all’apparenza non troppo inclini al pensiero riflessivo. La situazione era più o meno la seguente. Qui nel mio pugno c’era la busta di libri che mi segava la mano con il suo onusto fardello e lì c’erano le gambe della ragazza, quella bella. Mi sono detto qualcosa che suonava come: ma che cazzo ho da essere felice?
Non mi resta che ringraziare il Cielo per avermi allontanato dalla lussuriosa gioia a cui a volte può spingerci la letteratura e avermi riportato nell’ambito della modestia terrena. Ora però comincio ad attaccare il libro di Zucconi sui Sioux. :-)

Di libri, ma soprattutto di sguardi languidi


Era forse cieca?
No, mi pareva che ci vedesse benissimo, non aveva nemmeno gli occhiali.
Era strabica, nel senso che sembrava guardare verso di te e invece volgeva la vista altrove?
No, quale strabica, aveva un paio di occhi belli e regolari.
Allora forse ti controllava unicamente per non farti fregare il libro che avevi in mano (a proposito voglio sapere che libro era).
Sei del tutto fuori strada. Quella lì mi guardava come una donna guarda un uomo, quella mi voleva!
Esagerato.
Sì, forse un pochino, però scordati di pensare male.

Ieri, come si potrà arguire dal mio ultimo post, non ero molto allegro e in vena di buonisti pensieri natalizi. In effetti, per dirla com’era, ero piuttosto incazzato. Guardando il telegiornale dicevo stronzo e stronza a tutti quelli che venivano intervistati su qualunque argomento, qualunque opinione sostenessero. La mia reazione poteva pure essere giustificata in più di un caso, ma è chiaro che quando sei in questo stato d’animo è segno che le cose non vanno come dovrebbero.
Di sera ho deciso di andare a Napoli centro per sbirciare un po’ sulle bancarelle di libri usati a Port’Alba, azione che ha un effetto mitigatore sul mio umore come una razzia in boutique lussuose ce l’ha su certe donzelle non troppo dedite al pensiero riflessivo. Sono salito a piedi per via Mezzocannone e quindi dopo una scarpinata approdo alle mie amate bancarelle. Purtroppo ho notato quasi subito che lo scartabellare tra i libri usati non mi rasserenava come avevo sperato. Era tutta roba che già conoscevo e non mi pareva di vedere offerte davvero interessanti.
Quand’ecco che quasi alla fine di Port’Alba si verifica l’evento atteso, o per meglio dire inaspettato. Avevo in mano un saggio scritto da Luis Alvarez, cioè il fisico che con suo figlio Walter ha elaborato la teoria del meteorite che ha portato all’estinzione i dinosauri. Non era male e costava solo due e cinquanta, ma avevo letto già molto su quell’argomento e mi chiedevo se ero nella disposizione d’animo per affrontare un sia pur appassionante libro di teorie evolutive. Mentre esitavo con il saggio in mano, ecco che dalla libreria della bancarella esce una bella ragazza, la commessa, la quale mi guarda mentre fuma una sigaretta.
L'ho guardata pure io e quella continuava a fissarmi (mi pareva come una donna fissa un uomo, anzi ne sono certo). Ci siamo osservati diversi secondi. Poi la ragazza è tornata all'interno. Me ne sono rimasto un altro po’ con il libro di Alvarez in mano, ma ammetto che all’improvviso ero poco interessato alle spiegazioni della retrocopertina sullo strato geologico di iridio risalente a sessantacinque milioni di anni fa. Dopo qualche secondo la donzella esce di nuovo e mi fissa ancora (ripeto che era una bella ragazza). Io che dovevo fare? Le scocco una delle mie occhiate assassine che suonano più o meno: “Sei più desiderabile di una bistecca fiorentina in regime di proibizionismo da mucca pazza”. Insomma ci scambiamo una seconda occhiata lunga e quasi inquietante. Stavo già per precipitarmi verso di lei con il saggio che stringevo in mano (questa magari è un’esagerazione letteraria, dato che se fossi questo tipo di persona mi sarei trovato in una discoteca e non davanti a una bancarella di libri usati), quando ecco che dalla libreria emerge il ragazzo della commessa, il quale non trova di meglio da fare che mettersi tra me e lei.
Addio sguardi malandrini. Ho dovuto battere in ritirata. Però sulla strada del ritorno mi dicevo: mica devo essere tanto male se quella bella ragazza mi concupiva! Avrò forse sognato a occhi aperti?
Per completezza di informazione devo dire che poco dopo questo evento, un’altra ragazza per strada ha ricambiato il mio sguardo a lungo e anche questa non era male. Non sarà che per Natale le donzelle accusino un calo di diottrie visive?

Ah, ieri non ho comprato niente. Però ho deciso che la prossima volta comprerò il saggio di Alvarez, tanto sta lì da un paio di mesi ed è improbabile che qualcuno me lo freghi… ovviamente l’acquisto sarà l’occasione giusta per dare un altro sguardo alla fanciulla e verificare se la sua vista funziona come dovrebbe. :-))

Il blillante e onolevole agente lettelalio - 3


Parte terza: l'incontro - Mr Livingstone, I presume�

Ovviamente arrivo alla stazione Termini in netto anticipo. È imperativo non partire con il piede falso arrivando magari tardi all'appuntamento. Mi posiziono davanti al bar dalla caratteristica insegna e cerco di non sembrare un terrorista kamikaze in attesa dell'orario di punta. Una commessa del MacDonald's mi guata con sospetto, e io le faccio l'occhiolino, gesto che mai avrei concepito in uno stato d'animo normale. Si avvicina l'orario prestabilito. Fisso tutti i signori con aspetto da professionisti intelligenti, gente che si situi a mezza strada tra uno psichiatra della scuola di Jung e un frequentatore di salotti letterari esclusivi. Cerco con gli occhi un personaggio ben piantato, alto, vestito magari con un trence londinese accoppiato a una giacca di tweed, con l'alito che profuma di tabacco da pipa dello Yorkshire, il quale mi interpelli più o meno con un "Mr Livingstone, I presume�". Un paio di signori simili alle mie aspettative mi sfilano accanto senza degnarmi di uno sguardo. Quindi mi sento tirare per un gomito: "Lei deve essere la persona che aspettavo". Dio mio, eccolo qui! Trasecolo, boccheggio. Davanti a me c'è un ometto che avrà cinquant'anni e ne dimostra perlomeno settanta [dirò poi la reale età di questo signore NdR]. Barba all'agitatore politico ottocentesco. Pantaloni e giacca di jeans consunti, aria sfatta da barbone, spallucce da riformato alla visita di leva e una vocina sgradevole più acuta di quella che serve per cantare "Anima mia". Penso a un errore, ma il barbone, l'accattone, dimostra di conoscermi. È lui, è l'agente letterario. Mi servono due o tre buoni minuti, ma mi riprendo. Quest'incontro inizia in modo inusuale, mi dico, ma dopotutto quella poca cura per l'aspetto fisico è senz'altro una qualità. Dimostra che il mio interlocutore basa le sue fortune professionali su competenza e capacità.

Il tempo di uscire dalla stazione, sotto il bel sole di Roma, ed ecco un nuova sorpresa. Il mio interlocutore mi mostra il suo mezzo di locomozione. E' forse una fuoriserie di quelle che nella pubblicità preferisci a una Miss Italia? E' una fiammante berlina cinque porte ancora in garanzia? E' una utilitaria vecchiotta ma dignitosa che fa ancora il suo lavoro alla grande? Niente di tutto questo. Il suo mezzo di locomozione è un ciclomotore vecchio di almeno trent'anni, una specie di Ciao della Piaggio che sarebbe stato considerato un catorcio ai tempi in cui Ronald Reagan faceva l'attore. Il potente mezzo di trasporto è assicurato a un palo metallico con una catena enorme, che con tutta evidenza ha il compito di dissuadere i ladri dall'impadronirsi di quel gioiello della meccanica.
Il grande agente letterario, mandandomi un po' di forfora sulle scarpe, mi informa che a circa quattrocento metri c'è una grande libreria romana, la Mel Books, fornita di bar. Per un attimo avvampo di vergogna, temo che mi chieda di salire sul risicato sedile posteriore del suo catorcio per condurmi alla nostra nuova destinazione. Però il destino ha pietà di me. Il barbone, cioè l'agente letterario, mi spiega che il suo ciclomotore non può portarci tutti e due (bella forza, c'e da chiedersi come riesca a reggere una sola persona pur denutrita come il mio interlocutore) e mi chiede se posso raggiungere a piedi la libreria. Sollevato dalla gogna evitata, scatto deciso a stargli alle costole.

Ecco finalmente il bar della Mel Books. Arrivano i caffè al nostro tavolino e parliamo. I nuovi complimenti per quanto ho scritto e la previsione della mia imminente e luminosa carriera letteraria mi fanno scordare il look da barbone, la vocetta da Cugini di Campagna e perfino il ferrovecchio a due ruote, che forse ho solo immaginato. A un tratto noto che ho bevuto il mio caffè da un pezzo e che il mio interlocutore il suo non l'ha ancora toccato. L'agente letterario intanto ha superato la fase dei complimenti e del suo proposito di riprendere il romanzo nel cassetto. Ora mi spiega che lui viaggia molto. Adora farlo. Con la sua ragazza (ragazza? ma non aveva settant'anni?) è stato in Sicilia, Abruzzo, Veneto, dappertutto. Ama l'Italia, per lui è la nazione più bella del mondo. Spesso, mi dice en passant, lo ospitano gli scrittori che hanno contatti con la sua agenzia letteraria. L'ultima volta è stato due settimane in provincia di Catania, a casa di uno scrittore gran compagnone. Ah, loro due con le rispettive ragazze hanno passato un periodo straordinario! Purtroppo non è mai stato a Napoli, dice con rammarico. Mi guarda come se dovessi capire qualcosa, ma io non capisco un bel niente. Allora lui spiega che splendido posto è la Città del Sole e che gente unica la abita, sono davvero fortunato a vivere lì. Ancora un suo sguardo, ma la mia faccia da ebete non vuole saperne di schiarirsi. A proposito di Napoli, continua allora l'agente letterario, lui progetta di andarci in quel periodo, forse addirittura il mese prossimo. Mi fissa ancora una volta, e a questo punto anche un individuo ritardato come me crede di afferrare qualcosa. Tossendo imbarazzato, gli dico che purtroppo non posso ospitarlo. Passo almeno due minuti a scusarmi di quella fatalità. L'agente letterario mi assicura che non c'è niente da scusarsi, lui (anche se poco ci mancava che si invitasse da solo a casa mia) non aveva affatto considerato questa eventualità. E' il momento della consegna dei preziosi manoscritti con cui voglio fare colpo. Il mio interlocutore a malapena li guarda, anche se giura che li leggerà con la massima attenzione.

Il suo caffè intanto è ancora lì, anche se io devo aver finito il mio da ore. Perché diavolo uno ordina un caffè se poi non vuole berlo? Capisco tutto quando passa un barista che ci guarda in cagnesco mentre porta via le tazze vuote da un tavolo vicino, subito occupato da clienti in attesa. Ho una rivelazione. Se l'agente letterario avesse bevuto il caffè, il barista avrebbe portato via le tazze vuote, il che ci avrebbe costretto o ad andarcene (e magari a continuare la conversazione seduti su un marciapiede romano) o a compiere una scelta che il mio conoscente sembrava considerare anche peggiore, cioè fare una nuova ordinazione. L'impazienza dei baristi nei nostri confronti ormai è palese; sbattono le posate nei pressi del nostro tavolo e ci indirizzano frasi derisorie sempre meno dissimulate. A un certo punto anche un individuo dalla strenua resistenza come il grande agente letterario deve cedere agli attacchi ormai frontali e beve il caffè a più di due ore dalla sua consegna. Non accenna neppure a fare una nuova ordinazione. Il caffè è finito e dunque è finita pure la nostra conversazione. Ci avviciniamo alla cassa. Mi dice che offre lui. Giura che è suo dovere e che non vuole sentire proteste da parte mia. Ma al momento di tirare fuori i soldi è preso da amnesia. Non trova il portafogli. Divento un peperone mentre si rovista in tasca sotto lo sguardo scettico della cassiera, che dà l'idea di conoscere il tipo. Non resisto alla vergogna. Pago la cassiera e me la filo a spron battuto inseguito dalle ironie dei baristi poco distanti. Il mio nuovo conoscente ha una faccia di bronzo che non fa una piega. Dice che l'ho offeso pagando al suo posto. In ogni caso la prossima volta offrirà lui, su questo non ci piove. Delle volte sono un ingenuo senza speranza, è vero. Eppure, mentre usciamo dalla Mel Books e ci avviamo al catorcio potentemente assicurato a un lampione, anch'io ho ormai capito che non ci sarà mai una prossima volta in quell'individuo pagherà qualcosa a qualcuno. Mentre saluto il grande agente letterario che mi ha indotto a cantare di "cavigliere del Kathakali" o dei "danzatori bulgari a piedi nudi sui bracieri ardenti", penso alle parole di Giorgio Chinaglia e al suo pessimismo leopardiano sul mondo e su chi lo abita.

Il blillante e onolevole agente lettelalio - 2


Parte seconda: Cantando sotto la pioggia

Il giorno è quello di alcuni anni fa. Ho mandato il mio romanzo a un po’ di case editrici illudendomi che il lavoro preparatorio mi abbia guidato verso le sedi e le persone interessate a esaminare il mio lavoro. Però stavolta decido di tentare una strada nuova.
Esistono pure gli agenti letterari, no? rifletto. E gli agenti letterari, da quel poco che si sente in giro, sembrano appartenere a una razza di eletti dotata del potere di farti pubblicare e avere successo. Occhei, mi dico, vediamo cosa ne pensa questa razza sovrumana del mio romanzo. Mi tuffo in una rapida ricerca su internet per eliminare le agenzie letterarie a pagamento: quelle del tipo “mi paghi duecento cocuzze per ogni cento pagine che fingo di leggerti”. Quindi ecco qui. Ho l’agenzia che fa al mio caso. Importante. Conosciuta. Stimata perfino. Con noti scrittori tra i suoi clienti. E non prende soldi per leggere il tuo lavoro. E’ lei, non ci sono dubbi. Se fosse una donna, me la sposerei su due piedi. Una telefonata per accertarmi che è tutto oro quello che luccica e via, mando il romanzo.

Sono passati sei mesi. E’ vero che il tempo vola, ma tutto questo tempo senza risposte non mi induce all’ottimismo. Ho perso le speranze, ma tanto per curiosità faccio una telefonata. “Che ne avete fatto del mio romanzo?” dico all’agente letterario che ho la ventura di contattare.
“Quale romanzo?” risponde. “Qui non è arrivato niente di suo.”
“Guardi”, dico io, “magari non vi è piaciuto, ma arrivare è arrivato. Ho anche la ricevuta di ritorno della raccomandata.”
“Io non ho trovato niente, ma aspetti qualche giorno che faccio una ricerca.” Il mio interlocutore parla come se i vasti locali della sua agenzia fossero invasi dagli scritti di tutto il mondo.
Accetto di buon grado. D’altronde che altro posso fare? Faccio ancora un paio di telefonate, distanziate da alcune settimane per non farmi la nomea di rompiscatole (nonostante la mia scarsa esperienza editoriale ho già capito che in certi ambienti devi muoverti in punta di piedi come Harvey il maggiordomo di Elisabetta).
Alla terza o quarta telefonata, il colpo di scena. Che dico colpo di scena. Il terremoto. Lo tsunami, il maremoto, l’onda anomala, la potente scossa tellurica che cambia la struttura stessa del pianeta. L’agente letterario dice che ha trovato il mio romanzo dopo laboriosa ricerca. Non solo, ma l’ha pure letto tutto. Non solo, ma gli è pure piaciuto senza remore. E’ rimasto conquistato dal mio stile. Lo ha letto tutto d’un fiato. Infine l’affondo che minaccia di uccidermi: giura che fatto le ore piccole a casa sua perché non riusciva a staccare gli occhi dalla mia prosa. Voleva sapere come andava a finire.
Fulminato, non riesco a spiccicare parola. Penso a uno scherzo, ma il mio interlocutore è serio. Dice che ho talento. Talento, che stupenda parola! Non solo, ma ho anche le potenzialità per vendere bene. Certo bisogna correggere alcune cose che non vanno, dare una ritoccatina al finale, ma il grosso del romanzo va a meraviglia. Muto, rimango pietrificato con il telefono in mano, più o meno nella stessa posizione e con lo stesso eloquio dell’unica volta che ebbi il coraggio di chiamare a casa Giovanna detta Vanna, ossia la più bella e impossibile ragazza della mia classe al liceo.

Seguono altre telefonate. Il molto onorevole agente letterario non cambia versione ed è prodigo di elogi. Passo il tempo per le strade del mio quartiere cantando a tutta voce (quando piove e penso che nessuno mi veda) “Voglio vederti danzare” di Battiato. Cantare Battiato va bene, mi dico a un certo punto, ma qualche informazione aggiuntiva sull’agenzia letteraria non guasta. Nuova ricerca con Google. I risultati sono ottimi. Su internet è descritta come agenzia letteraria seria, con molte succursali in Europa, Sudamerica e altrove. E’ roba grossa. Però non mi basta ancora. Sarò anche pignolo da fare schifo, ma faccio un’ultima indagine. Vado nella più grossa libreria napoletana, la Guida, che guarda caso è anche una casa editrice di un certo nome. Mi vergogno non poco, ma faccio le domande che mi sono preparato. Una gentile direttrice editoriale mi dice di dormire sonni tranquilli. L’agenzia di cui parlo è simbolo di serietà e competenza. Anche la casa editrice della grande libreria ha numerosi e proficui rapporti con essa. Anzi, sapendo che l’agenzia mi ha proposto un contratto editoriale pluriennale, la mia interlocutrice si complimenta con me come se fossi già uno scrittore di best-seller e non un pinco pallino che non ha mai visto in faccia un editore degno di questo nome. Ho sentito abbastanza. Non ho più dubbi. L’attesa maledetta è finita. Faccio uno sforzo immane per non mettermi a cantare “Cuccurucucù Paloma" nella libreria.
Prendiamo un appuntamento, dico io e il grande agente letterario che con lo schiocco di due dita può fare la tua fortuna. L’appuntamento è un po’ strano. Non in uno studio elegante con poltrone che odorano di successi letterari, ma alla stazione Termini di Roma. Per la precisione davanti a un bar che ha l’insegna fatta in un certo modo e che confina con un MacDonald’s. Niente di male. L'appuntamento originale darà un profumo di avventura alla mia trionfale entrata nel regno della letteratura.

Il blillante e onolevole agente lettelalio - 1


Parte prima: Il teorema di Giorgio Chinaglia

Iniziamo da Giorgio Chinaglia. Un calciatore, uno di quelli che non ti scordi. Un centravanti sfondaporte. Uno che la buttava dentro anche con un gamba ingessata. Bravo e trascinante in campo, non aveva una cultura cattedratica o modi da gentleman. Un giorno al mitico “Processo del lunedì” si trovò a litigare con i giornalisti sportivi non ricordo per quale motivo, ma i motivi non mancavano mai quando si trattava di “Giorgione” Chinaglia. Lo criticavano perché aveva sbagliato un gol o forse solo perché ai giornalisti era antipatico. Dicevano che non era bravo, forse non lo era mai stato. Lui fece un ragionamento che suonava più o meno così. Perché dovete decidere voi se uno è un bravo giocatore o no? Che titoli avete? Che cosa avete dimostrato nella vita, se non il fatto di non saper giocare a pallone e dover essere costretti, una volta aver afferrato questa triste realtà, a fare i giornalisti sportivi? Perché devono guidare e orientare un settore proprio quelli che hanno dimostrato di non avere nessuna qualità in quel particolare campo della vita? Giorgione non si espresse proprio così, ma, in mezzo ai coloriti apprezzamenti verbali e alle minacce di aggressioni fisiche che caratterizzavano il suo eloquio, il suo ragionamento non di discostava poi tanto da questi termini.
Il sanguigno centravanti della Lazio e della Nazionale non era per niente sciocco, anche se molti giornalisti sportivi tendevano a presentarlo come una sorta di Uomo di Neanderthal, se non come un vicolo cieco dell’evoluzione umana. Vediamo se possiamo estrapolare qualcosa dalle sue affermazioni. Dunque è proprio vero che quelli che dimostrano di non avere capacità sono destinati a guidare il settore di loro competenza? E se per un paradosso cosmico ciò fosse vero anche solo in parte, la fondamentale intuizione del re dei bomber non potrebbe adattarsi anche a campi della vita diversi dal pallone? Tanto per citare un settore a caso, non potrebbe riguardare anche l’editoria? L’editoria non potrebbe essere guidata (per lo meno in una parte cospicua) proprio da quelli che hanno dimostrato di non saper scrivere e di non avere qualità intellettuali e morali per capire cosa sia valido e no in campo letterario?

Non lo so, nessuno lo sa. Ma forse una mia esperienza può essere utile per inquadrare meglio il problema. Tuttavia cerchiamo prima di individuare le figure guida in questo campo. Ce ne sono molte. Dal Dio Editore, l’essere Onnipotente che tutto può, ai distributori, ai tipografi, o anche al bizzarro coacervo umano che bazzica le segreterie letterarie, contrassegnato da denominazioni esterofile che appaiono fumo negli occhi allo stato puro, cioè gli editor, i supervisor, magari gli advisor e la vasta genia dei freelance di varia natura. In ogni modo qui avremo tempo solo di parlare di una figura professionale più amichevole, che non ostenta titoli pomposi e incomprensibili, qualcuno che spesso ti dà l’idea di un amico capace e leale, anzi del solo amico che può aiutarti a farti luce nella giungla del mondo editoriale. E chiaro che qui si parla dell’agente letterario.
Tra poco faremo un esperimento. Ci domanderemo: potrebbe applicarsi alla figura professionale testé citata il teorema elaborato dal fine filosofo Giorgio Chinaglia? A prima vista parrebbe di no. L’agente letterario gode fama di persona preparata e seria. Lo si immagina come un individuo abbigliato con eleganti completi di grisaglia dai toni autunnali o con tailleur blu manager che ti danno l’idea di efficienza e competenza. Lo si percepisce come un individuo colto che ha letto l’opera omnia di Karl Popper e che a scuola era costantemente tra i ragazzi più svegli della classe. E’ proprio così? Vediamo cosa ci dice la nostra esperienza.

Probabilmente dedicherò i post di questa settimana alle tribolate esperienze avute tempo fa con un agente letterario romano. Le tre puntate di questo racconto fanno parte di un lungo articolo che scrissi per una mia amica quando non avevo ancora il blog (ho già parlato di lei nel post sulla “Freccia nera”). Su Giorgione Chinaglia, trovo assurdo il mandato di cattura emesso contro di lui nei giorni scorsi. Mi pare uno di quei provvedimenti azzardati che fanno dubitare della serenità di certa magistratura.
Continua nella seconda puntata…