Babbo Natale in libreria


Uno pensa, ho scritto un libro, un vero libro, e sembra pure non troppo malvagio. E' stato un lavoraccio, ma ormai è passata. Ci ho lavorato un sacco a quel romanzo, pensa uno, un tempo inenarrabile a ideare la storia, plasmare i personaggi, arricchire l'ambientazione e a scrivere dialoghi e poi a cancellarli, a spremerti le meningi per trovare un parolone trombone destinato a finire cestinato dopo due secondi, a modificare frasi e concetti e a revisionare, revisionare, revisionare ogni singola parola, a tonificare questo o quel verbo, a sostituire le tue originarie virgolette francesi con l'eleganza delle inglesi per poi scoprire che nelle bozze librarie le sopravvissute solite virgolette francesi ti spernacchiano alla grande. E' stata una faticaccia, ma ormai è andata. Ho trovato il titolo adatto, rimugina sempre quell'uno, e ho perfino prodotto, dopo secoli di astinenza dalla matita, un discreto disegno in bianco e nero da usare all'occorrenza per la copertina del romanzo. E' stata una sfacchinata da isola dei ciclopi, ma è finita, no? Ora tocca gli altri, no? Ormai sei fuori, non è vero? Ti puoi godere il riposo dei giusti osservando come gli altri ti vendono il romanzo partorito con tanto sudore della fronte e di altre parti del corpo. E' così, vero?

Niente di più sbagliato. La vera fatica comincia qui. Ciò che hai fatto finora è niente. Niente, nulla, nisba, zero, vuoto galattico. Perché ora bisogna vendere la tua creatura. Be', ti dici, e qual è il problema? C'è l'editore, persona ottima. Ci sono i suoi meritevoli collaboratori. La macchina editoriale provvederà a immettere il tuo figlio letterario nelle librerie. La gente lo prenderà in mano. Ne leggerà qualche pezzetto. Qualcuno potrebbe essere attratto dalla trama o dai personaggi. E poi non costa nemmeno molto. Non è così difficile immaginare qualche buon samaritano diretto alla cassa della libreria con il tuo romanzo in mano, no?
Sbagliato. Anzi sbagliatissimo. Il primo ostacolo a questo scenario roseo è che il tuo libro arriverà nelle librerie in cui potrà arrivare, non molte. Hai pubblicato con un piccolo editore, che pur essendo serio e correttissimo non ha certo la rete di distribuzione di Mondadori. Il tuo romanzo giungerà dove potrà. Inoltre anche i librai che avrai raggiunto considereranno il tuo romanzo come uno tra mille o meglio tra diecimila. Ci sono delle gerarchie da rispettare nell'esporre i libri. Prima di te vengono i best-seller o gli scrittori con una qualche notorietà, fosse pure quella di una valletta televisiva. Poi ci sono gli autori segnalati da giornalisti o opinionisti letterari, meglio se famosi pure questi ultimi, quindi gli scrittori tuoi parenti o amici o Amici degli Amici, Omini de Panza mica Quaquaraquà. E ci vogliamo per caso scordare di quel bravo guaglione che tu libraio hai cresimato quasi l'altro ieri il quale ha buttato giù pure lui il suo bravo diario cartaceo? Tutto qui? No, c'è pure quel po' po' di figliola che passa ogni sabato nella tua libreria, comprando poco, è vero, ma indirizzandoti qualche monosillabo che ti fa sentire per un istante un casanova. Sì, pure la fatalona ha scritto un libro. Mica vogliamo scordarci proprio di lei quando ci sarà da esporre i titoli?
Alla fin fine il tuo romanzo ha una probabilità prossima allo zero non solo di essere acquistato in libreria da un normale lettore - cioè non da un tuo parente catechizzato a dovere - ma persino di finire nel campo visivo anche periferico di questi. Pertanto, se il tuo libro non si vende in libreria o in luoghi affini, non rimane che una sola possibilità: il libro te lo devi vendere tu.

Ma come? Non si era detto che le fatiche erano finite? Non si era detto che dopo mesi e mesi lavorativi senza compenso, dopo notti insonni a revisionare il già revisionato, dopo millanta imprecazioni e angosce diuturne le tue pene fossero ormai alle spalle? Stupidaggini. Il bello cioè il brutto viene ora. Perché vendere un libro è mille volte più problematico e fastidioso che scriverlo. Anzi, se non in casi rari, la qualità di ciò che hai scritto non ha nessuna influenza sul numero di copie vendute. Venderai o non venderai per ragioni complicate, che quasi mai hanno attinenza con il valore della tua prosa.
La cosa migliore ovviamente sarebbe diventare famoso, partecipare a qualche programma televisivo, un reality show di chiacchiere, possibilmente sciocche, possibilmente litigiose, possibilmente volgari, possibilmente scambiate in mutande. Dato che questa ghiotta possibilità non è concessa a tutti, ti rimane sempre l'estrema ratio. L'ultimo asso da giocare. Ossia puoi pubblicizzarti da solo. E sei pure fortunato perché la stagione è quella propizia. Quindi non rimane che vestirti da Babbo Natale e caracollare per le rutilanti strade della tua città accarezzando la testa di antipatici e scostumati mocciosi, farti immortalare con sorrisi agonizzanti in foto con i suddetti mostriciattoli lagnosi, evitare di farti prendere dagli stessi a morsi, a parolacce, a pistolettate ad acqua, a calci negli stinchi o nei cosiddetti, a ditate negli occhi, sputi in faccia... e infine, dopo essere sopravvissuto alle veementi aggressioni dei piccoli criminali, estrarre le copie del tuo romanzo nascoste sotto la fluente villosità santaclausiana e cercare di rifilarle agli odiosi genitori degli odiosi mocciosi. Il tutto sperando che nessuno noti che la tua fatica letteraria non ha niente, ma niente dell'atmosfera natalizia che cerchi di sfruttare a tuo vantaggio.
Ho già fatto una sortita in un negozio che affitta vestiti di Babbo Natale. Mi hanno proposto un discreto costume a un prezzo ragionevole e credo che non mi lascerò scappare l'occasione. Quindi, cari amici virtuali e non, se nei prossimi giorni incrocerete per le strade di Napoli uno strano Babbo Natale piuttosto accigliato, uno che potrebbe avere l'aria di volersi trovare in un altro emisfero, che pare sull'orlo di un'esplosione d'ira stile Iliade, uno che porta scritto un grosso Vaffa Fuffa sull'esigua porzione di labbra visibile... ebbene non siate troppo severi con lui, perché quello sventurato Babbo Natale potrebbe essere il qui presente Capitano che tenta di sbolognare al prossimo due o tre copie del suo romanzo.

A Natale fa bene farsi due risate. Ringrazio Mariella Calcagno, la valente direttrice della collana Afrodite della Graphe.it, e Roberto Russo il mio editore, due ottime persone che sono certo sorrideranno pure loro per questo post.

Intervista di Critica Letteraria


Ciao Francesco, innanzitutto grazie per aver accettato la proposta di rispondere a qualche domanda per farti conoscere meglio. Meglio in qualità di romanziere, perché invece sappiamo bene che nel mondo dei blog, con il nickname di Mio Capitano, godi di una meritata celebrità (http://penultimi.blog.tiscali.it/).

Qui, invece, ti vediamo abbandonare la riflessione ironica e autoironica a cui hai abituato i tuoi fans sul blog, per affrontare un tema insolito e spinoso quale la violenza sessuale: si tratta forse della seconda faccia della stessa medaglia, di una sfida personale o di qualcos’altro?

In realtà io non volevo parlare soprattutto di violenza sessuale nel mio romanzo. Mi interessava descrivere un personaggio ai limiti della società, stanco, che non crede in niente, nemmeno in se stesso. Volevo mostrare un tipo umano piuttosto diffuso nel nostro modo di vivere, che si trascina di giorno in giorno in un processo di autodistruzione progressiva.
Il tema dell'amore è presente sin dal titolo; ma non si tratta, come spiegato dal protagonista nel suo ultimo, finale monologo, di un amore comune. E in verità la sfera emotiva dei personaggi si colloca in un piano surreale, allucinato, in cui non esistono mediazioni ma solo tensioni estreme... Interessante il titolo che, perdonami se lo rivelo, ma si comprende praticamente alla fine del romanzo. Come mai questa scelta?
Il titolo nasconde uno dei tanti paradossi dell’amore. L’atto di amore può essere semplicemente quello di rinunciare a questo sentimento quando finalmente lo incontri nella tua vita, forse per la prima e agognata volta. L’amore può essere rinunciare all’amore, leggendo il romanzo spero si capisca meglio.
E così, “Atto d’amore”. Chi compie quest’atto, il narratore attraverso i cui occhi assistiamo al dipanarsi della vicenda, è certamente un personaggio sui generis; non un impiegato di mezza età, non un aspirante eroe, ma uno stupratore. Per quale ragione hai scelto di narrare dal punto di vista di un individuo ai confini della società?

Non lo so. Qualcuno ha detto che i cattivi sono più interessanti da raccontare dei buoni. In ogni caso io penso che siamo tutti esseri umani. Anche nel cittadino comune c’è un lato oscuro e torbido e anche nel criminale c’è un aspetto umano.
Sappiamo che generalmente ogni scrittore ha una sorta di amore-odio nei confronti del proprio protagonista: quale aspetto prevale nel tuo caso?
Non so quale aspetto prevalga in me. Ma so che scrivevo con facilità il romanzo, come se avessi instaurato un buon collegamento psicologico con il protagonista e con il suo modo distorto di vedere il mondo. In certe parti mi fa quasi pena perché è un tipo che ha rinunciato a vivere, non si aspetta niente dagli uomini e dalla vita.

La scena più forte è proprio all’inizio, quando il protagonista cerca di violentare Teresa, personaggio-fulcro del romanzo. E’ questo incipit una sorta di sfida nei confronti del lettore e in particolare del pubblico femminile?
Non so perché mi è venuto un incipit così forte. Probabilmente perché mi sono reso conto che attraverso le fasi della violenza si riusciva a capire una parte della psicologia del protagonista.
La stessa protagonista femminile, Teresa, è investita da questo doppio livello di amore e odio: il desiderio di possederla e l’odio per la sua risata piena di derisione (finta). Possiamo dunque desumere che ci sia una certa somiglianza tra i personaggi?

In effetti è vero. Teresa somiglia molto al protagonista. Sono tutti e due disperati, per ragioni diverse. Il personaggio di Teresa mi affascinava perché faceva regolarmente il contrario di ciò che ti aspetti.

Con “Atto d’amore” hai scelto di affrontare tematiche “forti” come la violenza sessuale e l’eutanasia. Cosa ha spinto la tua sensibilità di scrittore su questi argomenti controversi?

Più che altro è capitato. Non credo che si scriva un romanzo perché si vuole prendere posizione su determinate questioni. Ci si fa guidare dalla storia, dovunque essa porti. La storia e i personaggi dettano legge.

Come da te più volte ribadito, la tua città, Napoli, ha un ruolo di spicco nella tua vita di uomo, blogger e scrittore. All’interno di “Atto d’amore”, Napoli potrebbe essere considerata un personaggio a sé, sfondo vivo del racconto: cosa puoi dirci a proposito?

Ti rispondo con un brano di un mio post. Per molti anni non ho voluto ambientare le mie storie a Napoli perché detestavo certi pittoreschi aspetti da cartolina che associavo alla mia città. Poi d’un tratto zac, ho cambiato idea. Ho visto Napoli con occhi diversi non solo in letteratura. Dove prima coglievo basso folclore buono per i turisti nordici che dicono Wonderful agli scugnizzi e alle pescivendole di Porta Nolana, ora vedevo colori a migliaia, vitalità, mistero. Posti e personaggi affascinanti utili per ambientare qualsiasi storia, seria e meno seria, tradizionale o innovativa, gialli, horror, vicende politiche, di denuncia e persino avventure di fantascienza o di fantasy. I vicoli partenopei si adattano a ogni trama, intreccio, situazione o argomento riproducibili in narrativa, così mi pare adesso, e tutto possono valorizzare i chiaroscuri dei bassi, il caos delle strade, il brulicare di umanità.

Una curiosità: quando hai iniziato a scrivere il romanzo, avevi già chiaro in testa il finale o è stata una conclusione a cui sei giunto durante la stesura?
Sapevo quale doveva essere il finale a grandi linee. Un balordo trovava l’amore, lo perdeva prima della fine della storia e se ne restava a contemplare triste questa sua incredibile esperienza svanita come chi guarda la pioggia dalla finestra.
E, sempre parlando della stesura, dimmi: hai meditato a lungo la storia o è stata un’ispirazione istantanea? Se si tratta d’ispirazione istantanea, vuoi raccontarci quando e dove è nata? Da cosa?

La storia è nata molti anni fa come racconto e poi è stata tenuta nel cassetto. E’ stata ripresa e ampliata quando ho avuto una proposta di pubblicazione sul blog da parte di una persona che apprezzava i miei post. Ciò che mi spinse a scriverla fu indubbiamente il desiderio di descrivere un individuo amorale, violento e disperato che un giorno… si innamora. Volevo immaginare cosa sarebbe successo in quel caso.

Se dovessi, un po’ crocianamente, definire il tuo romanzo con una formula breve, cosa conieresti? Un thriller che fa pensare. Immagino ti siano arrivati molti commenti sul blog, ma anche privatamente. Vuoi raccontarci quelli che ti hanno colpito di più?
Mi sono arrivati tanti commenti di blogger che a un certo punto ho deciso di utilizzarli per una prefazione al mio romanzo, che in effetti mi piace molto, la trovo schietta e vivace. Mi ha colpito il fatto che il libro non lasciasse indifferente nessun lettore, sia quelli che mostravano di apprezzarlo, sia quelli che avevano qualche dubbio. Il mio romanzo ti costringeva a prendere posizione, mi pareva una gran bella cosa.

Consideri “Atto d’amore” un
unicum nella tua produzione letteraria o conti di proseguire con qualche altra opera?

Senza dubbio penso di continuare a scrivere e penso che in quel caso parlerò ancora di personaggi con difficoltà esistenziali.

Ti ringraziamo per la disponibilità, ci auguriamo di poter ripetere l’esperienza per un’altra opera firmata Francesco Cinque.

Intervista a opera di Laura Ingallinella e Gloria Ghione del blog Critica Letteraria

Intervista a informasatira

Tredicesima intervista per “Giù la maschera” (che nella categorie trovate nella sezione “Giù” non so spiegarvi il perché). Questa settimana intervistiamo http://penultimi.blog.tiscali.it//
un blog di approfondimento curato e intelligente.
Ecco poche parole di introduzione da parte del blogger: “Il mio blog è nato nel febbraio 2006. Vidi una blogger di tiscali nella trasmissione “Piazza Grande” con Giancarlo Magalli, cercai il suo blog (è quello che segnalo qualche riga più sotto), lo lessi, le scrissi e poco dopo avevo già aperto un blog ed ero prigioniero di questo mondo. Non scorderò mai le emozioni fortissime dei primi giorni che stavo sul blog, era quasi come essere innamorati. Anche ora comunque questo mondo mi piace molto”.

D. Cosa fai nella vita di tutti i giorni?
“Scrivo, leggo, mangio, dormo, cose così”.

D. Tu sei di Napoli. Premesso che io adoro il Sud ed ho amici e parenti proprio del napoletano, vorrei chiederti una cosa. A Napoli c’è una diffusa illegalità, la camorra la fa da padrona, nascono discariche abusive ovunque, si pagano meno tasse che in molte altre città italiane: non è che la colpa di tutto questo è anche dei napoletani?
“Sulla faccenda delle tasse non sarei d’accordo, si pagano pure qui e talvolta sono esagerate. Il resto è abbastanza vero, anche se non è tutta la verità. L’illegalità e il malcostume delle nostri parti ha un’origine antica. La camorra esiste, inquina la vita civile e una parte consistente della colpa è dei napoletani che non fanno abbastanza per opporsi a questa organizzazione criminale. In ogni modo non tutte le colpe sono dalla stessa parte, ma il discorso è troppo complicato per affrontarlo qui”
.
D. Consigliami due bei blog da visitare e intervistare.
“Beh, non saprei. Uno è quello delle zitelle speranzose:
http://gracek.blog.tiscali.it/
Anche se l’autrice scrive di rado adesso e non credo si faccia intervistare. Per l’altro fa tu”.

D. Di cosa parla il tuo romanzo “Atto d’amore” e come sono andate le vendite?
“Sulle vendite non so ancora niente, anche se non dovrebbero essere eccessive essendo la mia una piccola casa editrice. Comunque sto partecipando a un concorso con Dacia Maraini e sto contattando qualche persona del cinema per cercare di valorizzare la mia storia. “Atto d’amore” parla del complicato rapporto tra un balordo, uno stupratore occasionale, e la sua mancata vittima. E’ una storia forte, dura, a tratti violenta (alcune persone mi hanno confessato di essere rimaste turbate dalla durezza dei primi capitoli, quelli relativi al tentativo di stupro). Se mi consenti un pizzico di pubblicità, il mio romanzo si può comprare a questo indirizzo o in libreria (Francesco Cinque, “Atto d’amore” graphe.it editore)”.


D. In questo post Figli delle stelle - La mafia delle parentele tu citi un mio pezzo nel quale nominavo tutti i personaggi famosi che sono figli di papà. Due cose: 1) quando mi paghi i 3500 euro di diritti SIAE? 2) Quanto è duro far carriera in Italia senza aver conoscenze?
“Aspetta fammi fare il calcolo. Per pagarti i 3500 dovrei vendere il mio romanzo come Harry Potter, quindi te li puoi scordare. :-) Far carriera senza conoscenze non è duro, è quasi impossibile (e metto il quasi solo perché sono un inguaribile ottimista)”.

D. Se potessi far resuscitare due scrittori per fargli raccontare la nostra epoca, chi faresti rivivere?
“Vorrei Jack London e magari Edgar Allan Poe, non necessariamente per parlare della nostra epoca”.

D. Gli italiani sono un popolo di…
“Frequentatori di osterie (lo dico in senso buono)”.

D. Nell’arco di un anno scrivi più post sul tuo blog o fai più volte sesso?
“Dunque, una, due tre, quattro, e poi c’è la cinque, la sei, la sette… aspetta ho perso il conto. Scherzo”.

D. Quali sono le ragioni della vittoria di Berlusconi alle ultime politiche?
“La litigiosità e un certo massimalismo parolaio del governo Prodi e l’alternanza politica quasi perfetta che c’è nel nostro paese dal ’94”.

D. Fammi una domanda.
“Chi cantava “Viva la pappa col pomodoro?”.
Mia risposta: “i Led Zeppelin?”.

D. Come vedi il dopodomani?
“Molto meglio di come lo vedevo qualche anno fa”.

Intervista a cura del blog informasatira.

Mi piace scrivere



Vorrei correggere un piccolo equivoco in cui potrebbe essere incorso qualche mio conoscente leggendo certe mie dichiarazioni ironiche. A me piace scrivere. Mi piace molto. Scrivo alcune ore al giorno e soprattutto mi piace revisionare con cura i miei lavori, che siano post o storie di narrativa. Anche dopo aver finito un post o una storia, vago come un falco sui miei paragrafi per cercare come migliorarli, come sintetizzarli, come trovare un sostantivo o un verbo più efficace per esprimere un concetto. Sono soddisfatto quando riesco a eliminare frasi o parole che in una prima stesura avevo giudicato irrinunciabili, quando trovo il termine giusto, proprio quello lì che esprime il concetto che avevo in mente. E la soddisfazione è ancora maggiore quando quel termine ha un’espressività popolaresca, un suono di tutti i giorni. In realtà quando scrivi è come se tu risolvessi un cruciverba, gioco di cui sono appassionato; devi sistemare le parole giuste nella giusta sequenza. Non è facile, ovviamente. E ci vuole molto lavoro. E puoi affrontare quel notevole dispendio di energie mentali solo se ti piace ciò che fai. Solo se l’azione di creare una storia o un articolo ti gratifica. E’ la stessa cosa di quando giochi a pallone in una squadra, a pensarci bene. Puoi avere soldi e successo inseguendo una palla per un campo di calcio, ma devi allenarti e sacrificarti e se non ti piace provare l’ebbrezza del gol devi appendere le scarpette al chiodo.

Chiacchierando con Mariella


L'intervista mi è stata fatta da Mariella Calcagno, direttrice della collana Afrodite della casa editrice Graphe.it

1)Francesco, il tuo è un blog molto frequentato ma anche molto commentato, quindi ti seguono con attenzione i tuoi lettori. E' un piacere per te essere letto? E'condivisione?

Non credo necessariamente che sia un piacere essere letto. E' un piacere produrre qualcosa che susciti l'interesse o il consenso altrui, qualunque forma assuma questa creazione, può essere un libro o un maglione fatto con i ferri. Non credo nemmeno che chi scrive sia mosso dal desiderio di voler condividere il suo pensiero con gli altri. Ritengo voglia le solite cose. Consenso, soldi se possibile, una qualche forma di successo, sia pur minima. Insomma chi scrive vuole vivere, come qualunque altra persona, come è sempre accaduto da che mondo è mondo.

2)Qualcuno pensa che scrivere, fra le varie motivazioni, ci sia anche quella del fatto che sia terapeutico, tu cosa ne pensi?

Non vedo questa motivazione terapeutica. La migliore terapia che conosca è quella di andarsene a Honolulu e farsi coccolare dalle hawaiane in tutù. Mi rendo conto però che non a tutti è concesso.

3)Non molto tempo fa mi scrivesti che per te vedere il tuo libro in libreria non è poi così esaltante, cosa ti esalta allora, cosa ti emoziona, se non un figlio anche se letterario? E' vietato rispondere, il tramonto, la luna, l'amore...

Al momento io non ho ancora visto il mio libro in libreria, quindi non posso dire che sensazioni proverei nella circostanza. Cosa mi emozionerebbe? Direi che possedere un tetto tuo sopra la testa, abbastanza soldi per arrivare a fine mese e non avere ansie sulla tua sussistenza futura è una cosa che mi emozionerebbe moltissimo.

4) In quanto direttrice di Afrodite, ho avuto il piacere di scoprirti e quindi decidere di scegliere il tuo testo da poter pubblicare, nei tuoi scritti leggo spesso malinconia ma anche molto amore nei contenuti che scrivi, appari anche disincantato e non ti interessa essere simpatico a tutti, chi è Francesco Cinque?

Credo di essere solo realista. Non mi faccio illusioni sulla gente e nemmeno su me stesso. Chi sono io? Uno dei tanti. In una scena di Io robot si vedeva un salone pieno di robot identici, simili nell'aspetto e nel funzionamento. La differenza con gli uomini è che questi ultimi, per qualche assurdo motivo, pensano di essere uno diverso dall'altro o persino uno più buono e meritevole di un altro. Comunque non sono per niente un individuo malinconico. Quando mi va, canto a voce spiegata e sono euforico in un modo travolgente che talvolta dà fastidio a chi mi è vicino (forse perché costui, lui sì, è malinconico).

5)Perché consiglieresti di comprare e quindi leggere Atto d'Amore?

Perché in giro si vede e si legge pure di peggio.

6) Quali sono le tue letture preferite?

Mi piacciono i romanzi storici, anche se noto che spesso hanno al loro interno più lentezze e zavorra letteraria di altri libri. Leggo comunque di tutto quando ho tempo. Uno degli ultimi libri che mi è piaciuto è quello di Zucconi su Cavallo Pazzo e i Sioux.

7) Cosa consiglieresti a chi scrive e desidera essere pubblicato?

Di cambiare mestiere a meno di non avere il paparino ammanigliato nel mondo dell'editoria, della cultura o del potere in genere. Avere il paparino ammanigliato è utile pure se non scrivi e non desideri essere pubblicato. Il nostro è un mondo basato sul nepotismo, sulla raccomandazione, in politica, televisione, cinema, editoria, dovunque. E' strano che se ne parli così poco. In assenza del genitore pezzo grosso, potrebbe essere utile la faccia tosta necessaria per raccontare barzellette a telefono agli editori contattati. Sono assolutamente convinto che un buon raccontatore di barzellette abbia molte più possibilità di pubblicare e vendere di uno che si impegna a scrivere.

8) Napoli è la tua città, tre aggettivi per descriverla.

Più che aggettivi direi questo. Una volta non sopportavo alcuni aspetti di Napoli e un certo folclore partenopeo che mi appariva deteriore. Ora sono più tollerante sotto questo aspetto. Una volta non avrei ambientato mai una storia a Napoli. Ora invece la mia città mi sembra uno degli scenari migliori in cui far muovere personaggi letterari.

9) Cosa sogna Francesco?

Quello che sognano gli altri esseri umani. E dato che si tratta di cose imbarazzanti da riferire, sarà meglio tacere.

10)Cosa vorresti che venisse scritto in questa intervista che non ti ho chiesto?

Niente. Dieci domande mi paiono sufficienti

Grazie Francesco.

Io scrivo tu scrivi, intervista semiseria


Senti…

Ma che me stai ancora a ‘ntervistà? E bastaaahhh.

Dai, non fare così. Qui si fanno intervistare tutti ai quattro punti cardinali. In ogni caso c’è sempre da risolvere quella faccenda del perché si scrive. Cosa significa per te mettere i tuoi pensieri sulla carta o sul monitor? È una specie di autoterapia, un’urgenza, un modo di esistere? Scrivendo esorcizzi forse il dolore e la solitudine esistenziali?

Ma si può sapere che mazza staje a dì? Sei impazzito?

Scusa, cercavo solo di imitare il tono dell’intervistatore che fa le domande importanti agli scrittori importanti seduto in poltrona con l’intellettuale gamba accavallata. Io facevo solo…

Facevi blabla e blabla. Ecco cosa facevi, a trombone che non sei altro.

Va bene, ho caricato un pizzico qualche tono enfatico, ma se non ti dai arie intellettualoidi nessuno ti prende sul serio. Siamo ancora il paese erede dei pomposi caballeros madrileni che latineggiavano a sproposito in ogni situazione. E ora vuoi rispondere alla mia domanda?

Sul perché si scrive? Naturalmente perché in un angolino della mente di chi scrive c’è abbarbicato, anche se lo si nega, il pensiero di avere successo e consenso, possibilmente di guadagnare. Scrivendo si migliora o si pensa di migliorare il proprio status sociale. Ad esempio alla domanda: che cosa fai nella vita? puoi rispondere: faccio il galoppino all’ufficio postale, però ho pubblicato un romanzo. Puoi anche buttare lì, anzi ti consiglio senz’altro di farlo, che il tuo romanzo non ha avuto il successo che meritava, anche se a tuo avviso è meglio di certi best seller cialtroni che si vedono in giro.

Si vabbé, accettiamo pure che uno scriva per autogratificarsi. Ma potrebbe fare pure altre cento cose per ottenere quel risultato. Fare il cantante, l’attore, l’artista pazzo, il calciatore, che ne so, spupazzarsi le alemanne annoiate sulle spiagge di Rimini, fare il signorotto politico alla Mastella. Perché scrivere?

Ma perché è facile! Scrivere è l’azione più facile del mondo. Ti serve solo una penna e un pezzo di carta, o un computer scalcinato, e già ti puoi definire un piccolo romanziere. Inoltre puoi sempre recitare la parte del genio incompreso. Anche se i tuoi lavori non riscuotono l’interesse che ritieni adeguato, puoi sempre dare la colpa a questo mondo mercantilistico dominato da banditi avidi e ignoranti (scusa che tra l’altro ha l’attenuante di essere spesso vera).

Mi hai fatto riflettere. Essere considerato scrittore è meglio che spacciarsi per cantante o emulo di Totti; inoltre temo che non sia tanto facile ingroppar… cioè socializzare con le alemanne di Rimini e Riccione, me manca er fisico e pure la faccia di bronzo. Sai che ti dico? Quasi quasi butto giù pure io il mio bravo romanzo. Ho proprio una bella storia sulla mia tormentata esistenza che non aspetta altro che vedere luce.

Auguri. Però non fare come me. Se un domani ti intervistano, non dire che scrivi perché non riesci a ingropparti le nibelunghe.

Certo che no. Dirò che lo faccio per autoterapia, per lenire il mio bisogno di comunicare, per soddisfare la mia anima poetica. Perché io ho davvero un’anima poetica, sai?

Sì, la sento quando parla dal tuo didietro dopo che ti sei ingozzato di pappardelle alla puttanesca.

Il mio romanzo fuori dal cassetto


Alcuni amici, tra gli ultimi flyer, stregagatta e Laura, mi hanno chiesto informazioni sul mio romanzo uscito dal cassetto per avviarsi in tempi ragionevoli alla stampa. Ho già detto che si intitola Atto d'amore e che è di argomento giallo con venature erotiche. Parla della difficoltà di instaurare rapporti sentimentali nella moderna vita metropolitana.
Il mio editore Roberto Russo di recente mi ha detto che è già possibile prenotare il mio romanzo, per chi sia interessato, a questo indirizzo. Bisogna compilare una scheda senza pagare nulla, è spiegato tutto sul sito; si pagherà solo alla consegna del libro che, devo avvisarlo, potrebbe richiedere ancora qualche tempo.

Ecco la quarta di copertina che ho scritto per la mia storia:
Magari sei un balordo, ma, pur con i tuoi vizi spregevoli, riesci a tenerti dentro i confini della società. E magari capita che un giorno ti innamori, e che proprio ciò che dovrebbe renderti più umano ti faccia percorrere quel centimetro che ti fa uscire dalla normalità. L'amore fa impazzire? Forse. L'amore crea mostri? Può darsi.
Nessuno è in grado di prevedere cosa può succedere quando un uomo incontra una donna. Soprattutto quando l'uomo è uno stupratore occasionale e quando la donna è una figura forte, ma incomprensibile come Teresa.

Gli interessati vadano sull'indirizzo su indicato, sulla colonna a sinistra c'è la scritta "Prenotazione libri"; cliccandola verrà visualizzato pure il mio romanzo Atto d'amore. Ripeto che per prenotare non si deve pagare nulla.
Ecco un link che potrebbe essere interessante consultare: Graphe.it

Che altro dire? Magari, in mezzo a tante scartine, qualche volta ci arriva pure una discreta mano di carte nella partita della vita. Un sorriso agli amici.